{"id":10670,"date":"2007-02-25T00:39:00","date_gmt":"2007-02-24T23:39:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.fedaiisf.it\/la-fase-iv-vale-la-pena\/"},"modified":"2007-02-25T00:39:00","modified_gmt":"2007-02-24T23:39:00","slug":"la-fase-iv-vale-la-pena","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fedaiisf.it\/en\/la-fase-iv-vale-la-pena\/","title":{"rendered":"Phase IV is worth it."},"content":{"rendered":"<div class=\"Style_3\" align=\"justify\">A che cosa serve la fase IV? Ovviamente la risposta immediata &egrave; la farmacovigilanza. Ma non soltanto di questo si tratta. In alcuni casi gli studi successivi all&#8217;immissione in commercio possono servire a rafforzare il posizionamento di un prodotto anche senza fare necessariamente riferimento alla tollerabilit&agrave; e alla sicurezza. E&#8217; il caso, per esempio, del pramipexolo, dopamino-agonista di Boehringer Ingelheim registrato nel 1998 per la cura del Parkinson. Risulta efficace, infatti, oltre che nel controllare i consueti disturbi motori anche nella riduzione dei sintomi depressivi che spesso accompagnano i malati di Parkinson. Inoltre, caso molto raro in farmacologia, si &egrave; rivelato utile anche per un&#8217;altra malattia, la Sindrome delle gambe senza riposo, ottenendo nel 2006 una seconda indicazione d&#8217;uso.<br \/> Questo particolare terreno, d&#8217;altra parte, ben si presta a questo tipo di ricerca a lungo termine, perch&eacute; per la malattia di Parkinson si stanno ancora cercando, faticosamente, indizi essenziali: alla diagnosi precoce, al rallentamento della progressione, al controllo di tutto lo spettro sintomatologico.<br \/> L&#8217;approccio che ha contraddistinto la cura del Parkinson nel secolo scorso era rivolto al controllo dei sintomi motori, i pi&ugrave; evidenti e debilitanti, attraverso il potenziamento della trasmissione dopaminergica. Sono diversi i farmaci efficaci da questo punto di vista, a partire dalla L-DOPA, ma tutti gravati da effetti indesiderati e, soprattutto, da una perdita d&#8217;efficacia nel lungo periodo, subordinata al progredire della degenerazione neuronale. Il pramipexolo non fa eccezione ma sembra avere una marcia in pi&ugrave;: quella di migliorare anche i sintomi depressivi. Una dote non irrilevante dato che, si sta scoprendo ora, la depressione, pi&ugrave; o meno grave, &egrave; una delle manifestazioni non-motorie pi&ugrave; frequente (40-50% dei casi) dei malati di Parkinson. Una depressione poco responsiva al trattamento con i farmaci antidepressivi standard e che riduce drasticamente la qualit&agrave; di vita dei malati, indipendentemente dalla gravit&agrave; della loro compromissione motoria. E questo &egrave; un altro indizio importante perch&eacute; la depressione, oltre a rappresentare un fattore di comorbidit&agrave; importante potrebbe essere, in alcuni pazienti, un segno precoce di Parkinson. Inoltre, riuscire a controllare i sintomi depressivi potrebbe anche essere un modo per modificare la progressione della malattia. Tutte ipotesi ancora al vaglio della ricerca che, oggi, pu&ograve; affidarsi anche ad una pi&ugrave; evoluta tecnica d&#8217;imaging, la SPECT con beta-CIT come marcatore, capace di evidenziare la rapida perdita centrale del trasportatore della dopamina.<\/div>\n<div class=\"Style_3\" align=\"justify\">In pratica il farmaco ha allargato la potenziale platea di pari passo con l&#8217;avanzamento delle conoscenze della malattia, cosa che non sarebbe stata possibile senza gli studi post-marketing. Una strategia, ha ricordato Alessandro Banchi, resa possibile anche dalla struttura dell&#8217;azienda, pi&ugrave; libera nella scelta degli indirizzi da seguire perch&eacute; meno vincolata alla presentazione di un utile all&#8217;azionista (e anche per questo meno soggetta alle altalene borsistiche).<\/div>\n<div class=\"Style_3\" align=\"justify\">Da &quot;PharmaMarketing&quot;<\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A che cosa serve la fase IV? Ovviamente la risposta immediata &egrave; la farmacovigilanza. Ma non soltanto di questo si tratta. In alcuni casi gli studi successivi all&#8217;immissione in commercio possono servire a rafforzare il posizionamento di un prodotto anche senza fare necessariamente riferimento alla tollerabilit&agrave; e alla sicurezza. 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