{"id":13099,"date":"2010-05-09T17:30:00","date_gmt":"2010-05-09T15:30:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.fedaiisf.it\/cassazione-parolacce-al-capo-non-sono-reato\/"},"modified":"2010-05-09T17:30:00","modified_gmt":"2010-05-09T15:30:00","slug":"cassazione-parolacce-al-capo-non-sono-reato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fedaiisf.it\/en\/cassazione-parolacce-al-capo-non-sono-reato\/","title":{"rendered":"Cassation: bad words to the &quot;boss&quot;? I&#039;m not a crime."},"content":{"rendered":"<p>Pi&ugrave; di una volta la corte di Cassazione &egrave; intervenuta per capire se determinate espressioni potessero considerarsi offensive oppure no. Questa volta la Cassazione &egrave; tornata sull&#8217;argomento ed ha analizzato la valenza offensiva di alcuni insulti in relazione al contresto in cui sono stati pronunciati. In certi casi, secondo la Corte, parolacce e volgarit&agrave; possono diventare persino costruttive e le si pu&ograve; quindi pronunciare senza commettere reato. E&#8217; quallo che accade ad esempio quando gli insulti avvengono all&#8217;interno di un ufficio. Secondo la Cassazione a prescindere dalla &quot;rozzezza&quot; e &quot;ineleganza&quot; con cui ci si puo&#8217; rivolgere ad un collega o a un superiore, ci sono situazioni in cui la volgarit&agrave; pu&ograve; diventare un modo per &quot;sollecitare&quot; il dibattito sul lavoro. Anzi, in certi casi l&#8217;insulto pu&ograve; essere persino diretto volutamente a migliorare l&#8217; organizzazione dell&#8217;azienda. Da quanto emerge da una sentenza del palazzaccio (la n.17672\/2010) d&#8217;ora in avanti un capo troppo burocrate potrebbe sentirsi dare del &quot;pazzo&quot; o dello &quot;scemo&quot; senza che per questo si debba sentire offeso. Anche a livello trasversale ci si potr&agrave; concedere l&#8217;insulto: ad un acritico e che accetta ordini passivamente dalla dirigenza si potrebbe dare dello &quot;yesman&quot; o &quot;per dirla in termini piu&#8217; volgari&quot;, scrive la Corte del &#8216;leccac..&#8217;. La vicenda era nata all&#8217;interno di uno studio legale quando durante una discussione un collaboratore dello studio stanco di come veniva portato avanti il lavoro si era sfogato con due colleghe ed aveva detto &quot;basta, ho deciso, io con l&#8217;avvocato ci parlo, ci discuto non sono come la collega che dice sempre &#8216;si&#8217; avvocato&#8230;certo avvocato&#8230;Il capo e&#8217; un &#8216;pazzo&#8217;, vuole restare circondato da &#8216;leccac.&#8217; bene ci resti pure&#8230;&quot;. Allo sfogo seguiva anche il mimo dello yesman e il caso finiva nelle aule del Tribunale. Non tanto per i colleghi che comunque avevano deeciso di lasciar perdere ma per il titolare dello studio che ha voluto denunciare il collaboratore. Nel dicembre del 2008 la Corte d&#8217;Appello accertava la prescrizione del reato ma condannava il collaboratore a risarcire il capo. Il caso finiva poi in Cassazione dove la Corte ribaltando il verdetto assolveva il giovane avvocato &quot;perche&#8217; il fatto non costituisce reato&quot; dando a quegli insulti una valenza &quot;costruttiva&quot;. (Data: 08\/05\/2010 17.16.00 &#8211; Autore: Roberto Cataldi)<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pi&ugrave; di una volta la corte di Cassazione &egrave; intervenuta per capire se determinate espressioni potessero considerarsi offensive oppure no. Questa volta la Cassazione &egrave; tornata sull&#8217;argomento ed ha analizzato la valenza offensiva di alcuni insulti in relazione al contresto in cui sono stati pronunciati. 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