{"id":13744,"date":"2011-04-16T10:30:00","date_gmt":"2011-04-16T08:30:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.fedaiisf.it\/come-vendere-il-prozac-agli-indiani-hopi\/"},"modified":"2011-04-16T10:30:00","modified_gmt":"2011-04-16T08:30:00","slug":"come-vendere-il-prozac-agli-indiani-hopi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fedaiisf.it\/en\/come-vendere-il-prozac-agli-indiani-hopi\/","title":{"rendered":"How to sell Prozac to the Hopi Indians"},"content":{"rendered":"<p><font size=\"3\">Partiamo da alcuni dati. Primo dato: l&rsquo;Organizzazione Mondiale della Sanit&agrave;, in base ai dati del 2004, ha stimato che la depressione &egrave; cresciuta di circa 2-3 volte rispetto agli anni &rsquo;50. Secondo dato: nel decennio 1950-60, avviene quella che viene definita la rivoluzione psicofarmacologica con la scoperta degli effetti psicotropi di alcune molecole. Terzo dato: il 93% degli indiani Hopi, trib&ugrave; del Nuovo Messico, dichiara che non esiste nella loro lingua un termine per nominare quella che noi definiamo depressione. Quarto dato: uno studio dell&rsquo;Istituto Mario Negri ha dimostrato che in Italia 28.000 giovani sotto i 18 anni <strong>gi&agrave;<\/strong> <strong>assumono antidepressivi<\/strong>.<\/p>\n<p> Nel 2001 esce in Francia un interessante libretto, pubblicato nel 2010 in Italia da Bollati Boringhieri: <em>L&rsquo;industria della depressione<\/em>. <strong>Philippe Pignarre<\/strong>, che ne &egrave; l&rsquo;autore, ha un curriculum interessante. Prima di scrivere questo libro, &egrave; stato per anni direttore della comunicazione di un&rsquo;industria farmaceutica francese. In questo libro, Pignarre ci d&agrave; l&rsquo;opportunit&agrave; di entrare nel vivo dei meccanismi dell&rsquo;industria farmaceutica applicata alla salute mentale, ed &egrave; l&rsquo;occasione per apprendere altri fatti interessanti. Commercializzare un farmaco prevede infatti operazioni complesse. Da una parte gli studi clinici che devono affermare che quello specifico principio attivo &egrave; statisticamente efficace per ridurre quel gruppo di sintomi che vengono definiti come depressivi. Dall&rsquo;altra, che forse &egrave; la vera battaglia, <strong>il processo di socializzazione culturale e commerciale di quei sintomi<\/strong>. Questo processo, prevede una serie di azioni che hanno come obiettivo la creazione del contesto, di un mercato. In poche parole, la creazione e la percezione in quanto tale di una domanda. Secondo passo, quasi ovvio, &egrave; quello di associare tale domanda ad un prodotto. Le logiche del marketing insomma, sia che si tratti di antidepressivi, sia che si tratti di cibi precotti, sono le stesse. <strong>Prima di vendere l&rsquo;antidepressivo, c&rsquo;&egrave; da vendere e commercializzare la depressione<\/strong>. Non puoi vendere il <em>Prozac <\/em>agli indiani Hopi senza prima fargli capire che sono depressi.<\/p>\n<p> A proposito degli studi di efficacia clinica degli antidepressivi, lo psichiatra italiano <strong>Paolo Migone<\/strong>, co-direttore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, in un <span style=\"text-decoration: underline\"><a target=\"_blank\" href=\"http:\/\/www.psychomedia.it\/pm\/modther\/probpsiter\/ruoloter\/rt112-09.htm\" rel=\"noopener\"><font color=\"#231f20\">recente articolo<\/font><\/a><\/span> ci racconta un&rsquo;altra storia molto interessante. Irving Kirsch, uno psicologo americano che nutriva dei dubbi sulla reale efficacia degli antidepressivi di seconda generazione, riusc&igrave; a procurarsi i dati delle sperimentazioni dalla Food and Drug Administration, l&rsquo;organismo deputato al controllo e all&rsquo;approvazione dei farmaci. Kirsch sottopose ad analisi questi studi e fece alcune curiose scoperte che pubblic&ograve; in una rivista di settore nel 2002. Una di queste, riportata da Migone nel suo articolo fu che: &ldquo;<em>il miglioramento dovuto al placebo aveva una dimensione pari all&rsquo;82%, e quindi solo il 18% della risposta positiva era dovuta all&rsquo;SSRI <\/em>(l&rsquo;antidepressivo, ndr)<em>, la rimanente tutta al placebo. Un altro modo di dire la stessa cosa &egrave; che solo il 10-20% dei pazienti depressi che migliorano sente l&rsquo;effetto del farmaco (da cui ne consegue che l&rsquo;80-90% sente solo l&rsquo;effetto placebo)<\/em>&rdquo;. Ma Kirsch scopr&igrave; anche altre cose: pi&ugrave; della met&agrave; (il 57%) degli studi finanziati dalle case farmaceutiche per definire l&rsquo;efficacia degli antidepressivi di seconda generaz<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Partiamo da alcuni dati. 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