
Un sondaggio Interpharma rivela che quasi un terzo dei nuovi farmaci non viene sottoposto all’ammissione in Svizzera per non compromettere i prezzi USA, limitando l’accesso a terapie innovative.
La politica statunitense di abbassare il prezzo dei medicamenti con la clausola “Most-Favored-Nation”
(Clausola della nazione più favorita, MFN) si fa sentire anche in Svizzera. L’industria farmaceutica locale rinuncia in quasi un terzo dei casi a sottoporre i loro nuovi prodotti al processo di ammissione nell’elenco delle specialità (ES), necessaria per la presa a carico da parte delle casse malati. Ansa.it
Lo mostrano i risultati di un sondaggio condotto dall’associazione di categoria Interpharma tra i propri membri. I produttori di medicinali non si ritengono più in grado, nelle attuali condizioni quadro, di lanciare tempestivamente nuove terapie in Svizzera per non compromettere i prezzi negli Stati Uniti, si legge in un comunicato odierno dell’Associazione.
Sui 22 prodotti lanciati nel periodo compreso tra gennaio 2025 e giugno 2026, in sette casi si è rinunciato all’inserimento nell’ES e in altri tre non si è nemmeno chiesta l’autorizzazione alla vendita a Swissmedic, l’Istituto svizzero per gli agenti terapeutici.
I pazienti hanno dunque maggiori difficoltà ad accedere a trattamenti innovativi e la prevista revisione dell’Ordinanza sull’assicurazione malattie (OAMal) rischia di accentuare ulteriormente questa tendenza, prosegue Interpharma.
La Svizzera avrebbe dunque bisogno di un sistema di prezzi compatibile con la MFN, tenendo conto di disponibilità, qualità e costo delle innovazioni, conclude la nota.
Questo articolo è stato pubblicato con l’ausilio dell’IA
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Che cos’è MFN
Una legge del 1977 attribuisce al presidente americano poteri straordinari in caso di emergenza, inclusa la possibilità di intervenire sulle importazioni dall’estero, imponendo misure tariffarie, la clausola della nazione più favorita, è il perno su cui si fonda l’organizzazione del commercio internazionale (World trade organisation, wto), costituendo il principio cardine dell’accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (General agreement on tariffs and trade, Gatt).
Nel rispetto di quest’ultima, le aziende farmaceutiche saranno tenute a vendere negli Stati Uniti i farmaci che godono ancora di tutela brevettuale – vale a dire quelli di produzione più recente e innovativi – al prezzo più basso fra quelli praticati in Stati che abbiano un reddito pro capite comparabile a quello degli Stati Uniti.
In altri termini, per la commercializzazione dei farmaci negli Stati Uniti si prenderà in considerazione il prezzo più basso applicato a quello stesso farmaco in qualsiasi altro Stato che sia comparabile per reddito pro capite a quello degli Stati Uniti.
Fra questi si possono annoverare numerosi Stati membri dell’Unione europea e, in particolare, il raffronto verrà operato con riferimento ai listini applicati in Italia, Austria, Belgio, Olanda, Danimarca, Francia, Germania, Spagna, Svezia e Svizzera.
Ciò significa che le aziende farmaceutiche non potranno più vendere negli Stati Uniti un determinato farmaco a un prezzo superiore a quello praticato in quello fra i suddetti membri Stati dell’Unione europea dove quello stesso farmaco viene venduto al prezzo più basso (c.d. prezzo di riferimento).
L’obiettivo del Mfn
L’obiettivo è chiaramente quello di ridurre il forte differenziale di prezzo attualmente esistente tra Europa e Stati Uniti – dove il costo dei farmaci è mediamente tre volte superiore rispetto all’Europa – nell’intento di contenere la spesa farmaceutica e riequilibrare i rapporti commerciali.
Ciò, tuttavia, finirà inevitabilmente per ridurre i margini di profitto aziendale per la commercializzazione dei farmaci sul mercato americano, poiché se in uno dei paesi dell’Unione europea il prezzo di un determinato farmaco scende, occorrerà adeguare il prezzo al ribasso anche sul mercato statunitense.
Non solo, ma le aziende farmaceutiche potrebbero, in questo scenario, essere indotte a differire strategie di lancio, di negoziazione prezzo e di commercializzazione dei farmaci sul mercato europeo rispetto al mercato statunitense.
Quali i rischi
Ciò potrebbe rivelarsi un boomerang per entrambi i mercati: il mercato statunitense, first served, rischierebbe di veder incrementare la spesa
farmaceutica godendo di una priorità nell’accesso di farmaci innovativi ad alto costo, il cui prezzo resterebbe elevato fino al momento in cui lo stesso farmaco non venisse commercializzato in Europa a minor prezzo. D’altro canto, l’Europa rischierebbe di scontare ritardi anche significativi nell’assicurare accessibilità agli stessi farmaci, poiché le aziende potrebbero essere indotte a differirne la commercializzazione per beneficiare, medio tempore, dei più altri profitti nel frattempo ricavabili dai prezzi più elevati applicati sul mercato statunitense.
Perché l’Italia può diventare il Paese più penalizzato
L’alternativa per le aziende sarebbe quella di aumentare il prezzo dei farmaci in Europa. E proprio l’Italia rischia di essere il Paese più penalizzato, considerato che da noi l’acquisto di farmaci (si pensi, esemplificando, agli antitumorali o antidiabetici) avviene quasi sempre a prezzo più basso rispetto ad altri Stati membri dell’Unione europea.
In tale contesto, considerata la necessità di assicurare l’accessibilità, la disponibilità e la sostenibilità dei farmaci all’interno del mercato europeo, l’Unione e gli Stati membri devono necessariamente individuare strumenti che consentano di mantenere la competitività e a riconsiderare le proprie strategie nel settore farmaceutico, privilegiando, per esempio, il ricorso ad appalti congiunti e, più in generale, rivedendo i criteri che attualmente informano le politiche di prezzo e rimborso.
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