
Riceviamo e pubblichiamo
L’articolo che ci è stato inviato è dedicato all’impatto crescente dell’intelligenza artificiale (AI) e della robotica sulla sanità e sulle professioni sanitarie.
Il punto di partenza è la difficoltà strutturale nel reperire alcune figure professionali, in particolare
infermieristiche, insieme all’aumento della domanda di assistenza legato all’invecchiamento della popolazione e alla crescita delle patologie croniche.
L’articolo prova ad affrontare il tema senza impostazioni allarmistiche: non tanto “AI contro medici e infermieri”, quanto l’evoluzione verso un modello nel quale sistemi intelligenti e robotici potranno assumere una parte delle attività diagnostiche, organizzative, logistiche e assistenziali, lasciando al professionista responsabilità, giudizio e relazione con il paziente.
È stata inserita anche una riflessione specifica sull’informazione scientifica del farmaco, perché la stessa trasformazione riguarda direttamente anche il ruolo dell’ISF: alcune attività informative saranno sempre più automatizzabili, mentre aumenterà il valore della capacità di interpretare, contestualizzare e selezionare correttamente l’evidenza scientifica.
Il pezzo affronta inoltre un aspetto che ritengo importante: il tempo di lavoro liberato dalla tecnologia potrà tradursi in maggiore qualità dell’assistenza oppure in una riduzione degli organici. Questa scelta non sarà determinata dall’algoritmo, ma dalle decisioni organizzative, economiche e contrattuali.
“Sanità, pochi infermieri e molti medici vicini alla pensione: saranno AI e robot a colmare il vuoto?”
La tecnologia difficilmente sostituirà i professionisti sanitari, ma cambierà profondamente il modo in cui lavorano. Anche quello dell’informatore scientifico.
Fino a pochi anni fa, parlare di robot in corsia o di algoritmi che affiancano il medico nella diagnosi sembrava fantascienza. Oggi non è più così.
E la spinta non viene tanto dal fascino della tecnologia, quanto da un problema molto concreto: la domanda di cure cresce, mentre in molte aree diventa difficile disporre delle persone necessarie per prestarle.
I numeri del problema
L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima per il 2030 una carenza globale di circa 11,1 milioni di operatori sanitari. È un dato mondiale, fortemente concentrato nei Paesi a basso e medio-basso reddito e, geograficamente, nelle regioni africana e del Mediterraneo orientale.
L’Italia presenta un problema diverso, ma reale.
Secondo l’OCSE abbiamo 5,4 medici ogni mille abitanti, contro una media di 3,9. Gli infermieri sono invece 6,9 ogni mille abitanti, contro una media di 9,2.
Il Rapporto 2024 del Ministero della Salute conta nel Servizio sanitario nazionale 116.672 medici e 297.983 infermieri, con un’età media complessiva del personale di 48,4 anni.
Il quadro, tuttavia, va letto senza allarmismi.
Nel 2024 le assunzioni hanno superato le cessazioni e l’età media dei medici è scesa a 49,3 anni, rispetto ai 51,4 del 2019. Allo stesso tempo, fra i medici la fascia di età più numerosa resta quella compresa tra 60 e 64 anni.
Non siamo quindi davanti a un collasso del sistema, ma a uno *squilibrio strutturale*, particolarmente evidente sul fronte infermieristico, mentre l’invecchiamento della popolazione aumenta la necessità di assistenza e la gestione delle patologie croniche.
È ragionevole chiedersi se una parte della risposta possa arrivare dalla tecnologia.
L’intelligenza artificiale è già in medicina
Non parliamo soltanto di chatbot.
A settembre 2026 la Food and Drug Administration statunitense contava oltre 1.600 dispositivi medici basati sull’intelligenza artificiale autorizzati alla commercializzazione negli Stati Uniti.
La radiologia rappresenta di gran lunga l’ambito più presente nell’elenco FDA. Esistono inoltre sistemi utilizzati nell’analisi delle immagini della retina, dei segnali cardiaci, nel monitoraggio dei pazienti e nel
dosaggio automatizzato dell’insulina.
Ma autorizzazione regolatoria non significa automaticamente beneficio dimostrato in qualsiasi reparto e in qualsiasi situazione clinica.
Il passaggio più difficile è quello dell’integrazione.
Il vero salto avverrà con sistemi capaci di leggere insieme cartella clinica, esami di laboratorio, ECG, immagini diagnostiche e terapie in corso, facendo emergere rapidamente le informazioni che meritano l’attenzione del professionista.
Il medico come supervisore
La domanda più utile non è se l’intelligenza artificiale “sostituirà il medico”.
È capire quante attività oggi svolte direttamente dal medico potranno essere preparate, filtrate o controllate da sistemi intelligenti sotto la sua responsabilità.
Pensiamo alla sintesi della storia clinica, alla ricerca delle interazioni farmacologiche, all’individuazione di valori anomali, al riconoscimento del peggioramento di un parametro o a una prima classificazione dei sintomi.
Il medico potrebbe intervenire soprattutto dove servono esperienza, capacità di interpretazione, rapporto con il paziente e decisione clinica.
In prospettiva, un singolo professionista potrebbe quindi riuscire a seguire più pazienti di oggi, anche a distanza.
E gli infermieri?
Qui la difficoltà viene spesso sottovalutata.
L’assistenza infermieristica si svolge nel mondo fisico.
Un paziente deve essere spostato, lavato, medicato, aiutato ad alzarsi, osservato e rassicurato. E tutto questo deve avvenire anche quando succede qualcosa di imprevisto.
Per questo la sostituzione dell’infermiere appare molto più complessa dell’automazione di una lettura diagnostica.
Molti compiti possono però progressivamente passare alla robotica: trasporto di farmaci e campioni, movimentazione dei pazienti, rilevazione dei parametri vitali, sorveglianza delle cadute, supporto alla riabilitazione, logistica di reparto e una parte dell’assistenza domiciliare.
In questo caso il robot non sostituirebbe necessariamente l’infermiere: potrebbe liberarlo dalle attività più pesanti, ripetitive o puramente logistiche.
La chirurgia
I robot chirurgici sono presenti nelle sale operatorie da anni, ma sono guidati dal chirurgo.
L’intelligenza artificiale aggiunge qualcosa di diverso: la capacità di riconoscere strutture anatomiche, analizzare ciò che sta avvenendo durante l’intervento, segnalare situazioni di rischio e assistere il professionista nell’esecuzione di singole manovre.
L’intervento completamente autonomo resta un’altra cosa.
Un corpo umano non è un’automobile in catena di montaggio. Anatomia, tessuti, sanguinamento e reazioni possono cambiare da paziente a paziente.
Per molto tempo il modello prevalente potrebbe quindi restare quello della **supervisione umana di sistemi progressivamente più autonomi**.
Chi risponde dell’errore?
Se un sistema suggerisce una diagnosi sbagliata e il medico la accetta, chi è responsabile?
Il medico? L’ospedale? Il produttore del dispositivo? Lo sviluppatore dell’algoritmo?
L’AI Act europeo affronta anche questo nuovo scenario.
Non qualsiasi software medico basato sull’intelligenza artificiale viene automaticamente classificato ad alto rischio: la classificazione dipende dalla funzione del sistema e dalle condizioni previste dalla normativa, comprese quelle relative ai prodotti sottoposti a valutazione di conformità da parte di terzi.
Per i sistemi AI ad alto rischio incorporati nei prodotti regolamentati, tra i quali possono rientrare dispositivi medici, il nuovo calendario europeo prevede l’applicazione delle relative norme dal 2 agosto 2028.
Innovazione, quindi, non significa assenza di controllo.
Ma resta evidente un problema: i tempi della tecnologia possono essere molto più rapidi dei tempi necessari per costruire le regole.
La questione del lavoro
C’è poi un punto che nei dibattiti sull’intelligenza artificiale in sanità resta spesso sullo sfondo.
Se la tecnologia riduce le ore di lavoro umano necessarie per assistere ogni paziente, quelle ore possono essere utilizzate in due modi molto diversi.
Possono tornare al paziente, migliorando l’assistenza.
Oppure possono uscire dagli organici.
La stessa tecnologia può significare più tempo per curare oppure meno personale a parità di carico di lavoro.
Quale delle due strade venga scelta non lo decide l’algoritmo.
Lo decidono le scelte organizzative, economiche e contrattuali.
E l’informazione scientifica?
Per chi fa informazione scientifica del farmaco, questa trasformazione riguarda direttamente il proprio lavoro e non soltanto quello del medico.
Il medico disporrà sempre più di strumenti capaci di sintetizzare rapidamente studi clinici, linee guida, schede tecniche e confronti terapeutici.
Anche le aziende utilizzano sempre di più sistemi digitali e automatizzati per organizzare l’informazione medica e il rapporto con i professionisti sanitari.
La semplice trasmissione dell’informazione è quindi probabilmente la parte più esposta all’automazione.
Resta invece il valore del professionista capace di contestualizzare correttamente l’evidenza scientifica, rispondere alle esigenze informative del medico nel proprio ambito professionale, comprendere il contesto nel quale lavora e distinguere il dato davvero utile da quello incompleto, marginale o poco applicabile.
Resta anche qualcosa che nessun database possiede automaticamente: ciò che emerge dal territorio, dal confronto quotidiano con i professionisti sanitari e dalla capacità di costruire una relazione professionale credibile.
Più informazione circolerà automaticamente, più importante diventerà saperla selezionare e interpretare.
La sfida per l’informatore scientifico potrebbe quindi assomigliare molto a quella del medico: **non competere con l’intelligenza artificiale, ma imparare a utilizzarla meglio di chi la usa soltanto.**
Non uomo contro macchina
Pensare che tra pochi anni ospedali e ambulatori possano funzionare senza medici e infermieri sarebbe eccessivo.
Pensare che continueranno a funzionare esattamente come oggi è altrettanto improbabile.
Invecchiamento della popolazione, squilibri nella disponibilità di personale, costi crescenti e sviluppo rapidissimo dell’intelligenza artificiale rendono molto probabile una maggiore automazione.
La domanda più interessante, allora, non è semplicemente se l’intelligenza artificiale sostituirà i professionisti sanitari.
È un’altra:
quanto potrà fare in più un medico, un infermiere o un informatore scientifico con un’intelligenza artificiale al proprio fianco?
E soprattutto:
chi deciderà come verrà utilizzato il tempo che quella tecnologia riuscirà a liberare?
Bruno Pepi
Fonti principali
- Organizzazione Mondiale della Sanità – Health Workforce e World Health Statistics.
- OECD – *Health at a Glance 2025: Italy*.
- Ministero della Salute – *Il personale del Servizio sanitario nazionale, Rapporto 2024*.
- U.S. Food and Drug Administration – *Artificial Intelligence-Enabled Medical Devices*.
- Commissione europea – *AI Act Servic




