Big Pharma: the Sovaldi case, the crazy costs of drugs paid for with one's life

La verità, sconvolgente, è che anche nella sanità devono valere le regole del mercato. E per questo motivo, quando la posta è alta, la vita è più simile a un gioco a poker. In Italia su 50mila pazienti gravi di epatite C solo 600 hanno iniziato la cura con il Sovaldi, il farmaco miracoloso prodotto dall’americana Gilead. Il dato, fornito dall’osservatorio Epac, è aggiornato alla settimana scorsa.

Il prezzo esorbitante, stimato intorno ai 37mila euro a trattamento (che l’Aifa non conferma ufficialmente perché la trattativa con l’industria farmaceutica è segreta; il prezzo di listino Iva esclusa comunque è di 45mila euro) costringe le Regioni a dispensare la terapia con il contagocce. Ma i malati non hanno più tempo da perdere, c’è chi per ogni giorno in più che passa rischia la morte. Tutto questo per colpa dei costi folli.

Non è così ovunque, per fortuna. In India lo stesso farmaco si venderà a 660 euro. Perché? L’ufficio brevetti di Delhi lo scorso gennaio ha respinto la richiesta di registrazione avanzata dall’azienda produttrice ritenendo non abbastanza innovativa la sua molecola, cioè il sofosbuvir (principio attivo del Sovaldi). Nel 2005 il governo indiano ha allineato la legislazione sui brevetti ai dettami dell’Organizzazione mondiale del commercio, con una restrizione, la clausola ‘3d’, che impedisce alle case farmaceutiche di ottenere l’esclusiva sulla revisione di farmaci già esistenti.

Fighting the so-called mechanism ofevergreeing (cioè la strategia propria delle case farmaceutiche per conservare il più possibile il brevetto su un prodotto apportando piccole modifiche, come l’aggiunta di un eccipiente) è una questione vitale per il Paese. Si tratta di difendere il diritto alla sanità per i suoi 1,2 miliardi di abitanti, che hanno uno stipendio medio mensile di 120 euro, e di cui quasi la metà (oltre il 40 per cento) vive sotto la soglia di povertà. Messa con le spalle al muro, la Gilead ha autorizzato alcune industrie di farmaci generici a produrre la super pillola e di venderla al prezzo di un dollaro in 91 Paesi in via di sviluppo (India compresa).

L’Italia, al contrario, nel rispetto delle leggi internazionali sulla tutela del brevetto, non può comprare The Sovaldi dalle ditte genericiste indiane.

L’India è riuscita ancora una volta a mettere in scacco Big Pharma. E a confermarsi ‘la farmacia dei paesi poveri‘, essendo il principale fornitore al mondo di farmaci generici per la cura del cancro, tubercolosi e Aids. La sua battaglia contro la casta delle industrie farmaceutiche infatti dura da anni. Ecco qualche precedente. Nell’aprile 2013 la Corte suprema indiana, dopo una contesa di sei anni, ha rifiutato il brevetto of the Glivec (imatinib è il principio attivo), un antileucemico della Novartis. Costo: 30 mila dollari a paziente per un anno di terapia. Nel 2012, invece, i giudici si sono pronunciati contro la Bayer, che aveva fatto ricorso contro la cura low cost del tumore a fegato e reni (Nexavar). Il prezzo della scatola griffafa è di 4.279 euro; 134 euro di quella generica. Poi ancora la Roche, costretta a cedere al sostituto a basso costo dell’Herceptin (Trastuzumab), usato contro il cancro al seno, 18mila dollari a trattamento.

Se oggi nel continente nero si muore di meno per il virus Hiv è grazie alla ditta indiana Cipla che ha prodotto la stessa molecola del Diflucan (della Pfizera un prezzo accessibileMedici Senza Frontiere fa sapere che degli oltre 60mila pazienti che assiste in quasi 30 Paesi, l’84 per cento riceve farmaci antiretrovirali generici prodotti in India.

di Chiara Daina | 17 marzo 2015 | il Fatto Quotidiano.it

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Farmaci anti-epatite C, l’esperto: a breve un ribasso dei costi

L’usuale concetto di costo-efficacia dei farmaci va rivisto? Se lo domandano gli autori di uno studio comparso sugli Annals of Internal Medicine, in relazione ai nuovi farmaci contro l’epatite C e a rispondere in modo senz’altro affermativo è Antonio Gasbarrini, docente di Gastroenterologia all’Università Cattolica di Roma.
«La dinamica è molto semplice, – spiega l’epatologo – il paziente con epatite C ha una storia naturale costituita da transazioni successive: cirrosi, complicanza delle cirrosi, epatocarcinoma, trapianto di fegato. Tutto il processo è carissimo e comporta una spesa di centinaia di migliaia di euro. È dunque chiaro che un trattamento che costa qualche decina di migliaia di euro è costo-efficace, ma il problema è che i pazienti sono molto numerosi e bisogna affrontare nell’immediato una spesa elevatissima anziché una ancora maggiore ma spalmata nel tempo». Sulla rivista americana gli studi che analizzano l’impatto dei nuovi farmaci anti epatite C sono due ed entrambi confermano la costo-efficacia rispetto al trattamento tradizionale: certamente per il genotipo 1 e probabilmente per il genotipo 3 (ma non per il 2). Tuttavia gli autori pongono il problema se si tratti davvero di soluzioni alla portata dei governi. Ma Gasbarrini, oltre a prevedere a breve termine un ribasso dei costi dovuto all’arrivo di nuovi farmaci, anche per quelli già approvati ammonisce a non avallare per default i prezzi attuali. «Il concetto fondamentale è che la costo-efficacia deve essere correlata alla possibilità economica di ciascun Paese e non possiamo prendere ad esempio le valutazioni del Nice britannico e ritenerle valide in tutto il mondo: devono essere fatte Stato per Stato. Questo implica che il prezzo con cui sono resi disponibili i farmaci dovrebbe essere diverso sulla base della sostenibilità economica del Paese in cui vengono venduti, ciò che è sostenibile in Lussemburgo potrebbe non esserlo in Italia o in Grecia. In qualche modo si sta andando in questa direzione e le aziende si stanno adeguando, ma non ancora in maniera strutturata».
Renato Torlaschi – Mercoledì, 18 Marzo 2015 – Doctor33

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