Aleotti: «Umiliati dai tagli. Così la farmaceutica muore»

Pino Miglino
FIRENZE

«Sono offesa, offesa…mi perdoni se alzo la voce. E’ un insulto trattare come pezza da piedi un’industria che dà lavoro a 65mila persone e che esporta il 61% della produzione». A indignare Lucia Aleotti (nella foto), vice presidente di Farmindustria e del colosso Menarini, è il terzo decreto da gennaio sui farmaci al varo del governo.
Tecnici un po’ confusi?
«Confusi è poco. Agiscono nottetempo, non ci ascoltano. Fanno decreti e non c’è urgenza».
Quest’ultimo a che serve?
«A ridurre ulteriormente i prezzi dei farmaci, a norme ancora più restrittive sui rimborsi. Il secondo decreto era di venti giorni fa. Così le aziende non possono programmare: è il caos».
Il governo deve fare cassa, non sa più dove sbattere la testa…
«Abbiamo già dato. Metà della spending review, un miliardo e mezzo, è dal risparmio sui farmaci. Così si uccide un’industria che è seconda in Europa solo alla Germania, un settore che ha attratto multinazionali, le quali fanno anche presto a fare le valigie».
Non è un quadro troppo fosco?
«E’ peggio che fosco. Le multinazionali non decidono di investire per qualche spicciolo di credito di imposta a chi fa ricerca. Guardano all’ospitalità con cui vengono accolte da un Paese, alla serietà. Menarini è una multinazionale: oggi non faremmo nuovi stabilimenti in Italia, andremmo all’estero».
Perché il governo tratta così la farmaceutica, anche i tassisti hanno lobby potenti…
«A chiacchiere il ministro Passera ci definisce un settore strategico. E lo siamo: noi diamo lavoro nei nostri laboratori a seimila cervelli, nell’indotto arriviamo a 200mila occupati. Abbiamo piccole aziende straordinarie, fanno ricerca, innovazione. Il sospetto è che ci sia un sentimento anti industriale nel governo».
Tesi ardita.
«Vogliamo ricordare come hanno distrutto la chimica in Italia? E ora siamo a comprare plastica da tutto il mondo. La chimica non era di moda, si diceva che inquinava. Quanti migliaia di posti di lavoro abbiamo perso? Lo stesso rischio lo corre la farmaceutica con l’obbligo di indicare i generici sulle ricette».
Ma lo Stato risparmia.
«Niente affatto. Lo Stato paga le medicine di marca al prezzo dei generici. E in ogni caso la spesa statale per i farmaci viene fissata ogni anno. Se la si supera le aziende non vengono pagate per la somma in eccesso. I generici vengono fatti nei Paesi emergenti a costi stracciati. Così si affossano le aziende italiane. E in ogni caso è un provvedimento illiberale».
Illiberale?
«Certo, il paziente viene indotto a scegliere il generico anche se è disposto a spendere di più per avere il farmaco di marca. E’ come obbligare a comprare al supermercato un solo tipo di pasta…».
Le confezioni monodose taglierebbero gli sprechi?
«Discutiamone. Anche se per le monodosi si dovrebbero cambiare le linee produttive e quindi alzare i prezzi: il risparmio andrebbe a farsi benedire».

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