Il payback farmaceutico, cioè l’obbligo per le imprese di partecipare al ripiano degli sforamenti dei tetti di spesa farmaceutica da parte delle regioni, è uno strumento anacronistico e dannoso, ancor più dopo le recenti riforme sul prezzo dei farmaci volute negli Stati Uniti da Donald Trump. Esso va dunque abolito, trovando politiche più adeguate ed efficaci al fine di garantire l’efficienza della spesa sanitaria.
Oltre 10 anni dopo la fine della crisi del debito il governo italiano dovrebbe riuscire a trovare un modo alternativo e più moderno per mantenere l’equilibrio dei conti pubblici senza minare la certezza del diritto e promuovendo una cornice regolatoria più favorevole agli investimenti, in un settore, quello farmaceutico, in cui ricerca e innovazione sono fondamentali.
A tal fine, non viene considerato il prezzo di listino, ma quello effettivo, calcolato sottraendo i payback presenti nei Paesi. Esiste un rischio significativo per l’Italia che si riducano gli investimenti e che l’introduzione di nuovi farmaci e terapie nel nostro Paese sia ritardata o annullata, per evitare penalizzazioni negli Stati Uniti. Infatti, gli USA sono il primo mercato mondiale per investimenti e consumi. Se il prezzo americano diventa soggetto a un tetto implicito, legato alle prassi in vigore negli altri paesi, ci si può aspettare che l’introduzione dei farmaci in questi ultimi verrà ritardata (o si ridurrà la spesa in R&D, o entrambe le cose).
A perdere saranno anche i pazienti – soprattutto nei paesi che avranno accesso ritardato ai farmaci più innovativi. Diversi studi mostrano che i sistemi che utilizzano prezzi di riferimento esteri penalizzano i paesi a reddito più basso ritardando l’introduzione di nuovi farmaci.
Autore: Paolo Belardinelli, Research fellow IBL e fellow London School of Economics
Istituto Bruno Leoni -22 gennaio 2026
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