Spesa sanitaria: serve efficienza, non tetti
Non c’è un’emergenza sulla spesa farmaceutica: c’è, semmai, la questione della sostenibilità dell’intero sistema sanitario
Istituto Bruno Leoni (IBL) – 2 marzo 2026
La spesa farmaceutica è troppo alta o troppo bassa? Nei giorni scorsi se ne è discusso molto. Il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato è intervenuto per difendere alcune scelte del governo, tra cui il trasferimento di alcune classi di farmaci dalla distribuzione diretta ospedaliera al canale farmaceutico. Si
Da questa idea nasce il principio dei tetti: in sostanza, si presume che la spesa per i farmaci non debba superare una soglia di circa il 15% del totale della spesa sanitaria. Tale vincolo è irrazionale: quale sia l’allocazione ottimale delle singole voci di spesa (dato un certo livello complessivo della stessa) dipenderà da caratteristiche esogene, quali la demografia e lo sviluppo tecnologico (che, da un lato, può rendere le cure più costose; dall’altro le può rendere più efficaci; e dall’altro ancora può cambiare il rapporto tra terapie preventive e ospedalizzazione).
Se, dunque, la logica dei tetti è discutibile, ancora di più lo è la sua conseguenza: ossia il payback, vale a dire il principio per cui, in presenza di eventuali sforamenti dei tetti da parte delle Regioni, le aziende farmaceutiche debbano concorrere al ripiano delle spese in eccesso. Cioè: versare ex post una quota di quanto incassato per la vendita dei farmaci.
Sicché, da puramente finanziaria la questione del payback è diventata esistenziale, in quanto – come spiegato in un paper di Paolo Belardinelli – incide direttamente sugli investimenti delle imprese farmaceutiche europee e la propensione di quelle estere a rendere disponibili i farmaci innovativi in Europa.
A ben guardare, tutto questo dibattito nasce da un profondo fraintendimento sul senso e il funzionamento dei sistemi sanitari. Partiamo dai dati: non è vero che la spesa farmaceutica è fuori controllo. Nel periodo 2022-24, secondo i dati Osmed, è cresciuta del 2,8% annuo, contro un’inflazione del 3,3% (e con uno 0,8% spiegato dall’invecchiamento della popolazione). In proporzione sul Pil è rimasta pressoché costante attorno all’1,1%.
Non c’è, quindi, un’emergenza sulla spesa farmaceutica: c’è, semmai, una questione più ampia di sostenibilità dell’intero sistema sanitario legata a dinamiche profonde, che vanno dal declino della popolazione all’aumento dell’età media fino al crescente costo delle cure per effetto del progresso tecnologico.
Il sistema di finanziamento del servizio sanitario nazionale nel suo complesso si basa su un tetto contabile, costituito dalle risorse destinate dalla legge di bilancio alla sanità a inizio anno. Se in passato questo può aver rappresentato un indicatore di programmazione, oggi rappresenta solo un ostacolo al dispiegamento di risorse aggiuntive. Se non si guarda avanti tenendo presenti i grandi trend in atto, si rischia di ridurre la questione al litigio tra i capponi di Renzo, quando invece molto si potrebbe fare cercando di stimolare nuovi canali di finanziamento (come quello assicurativo) e una governance migliore e più orientata alla qualità e alla competizione.
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Note:
All’Assemblea di Farmindustria dello scorso 8 luglio 2021, il ministro Roberto Speranza ha annunciato che è arrivato il tempo di rivedere un modello di programmazione della spesa sanitaria basato sui silos chiusi, un modello nato in un’epoca che di fatto non esiste più e che, secondo il titolare della Salute, è tempo di lasciare definitivamente alle spalle, insieme ai tetti e al payback.
Vedremo nei prossimi mesi se l’annuncio del ministero si trasformerà in fatti. Il settore salute, in generale, e la farmaceutica, nello specifico, potrebbero diventare strategici per l’economia del paese. Ma tutto questo passa necessariamente per un sostegno pubblico più robusto rispetto a quello fornito fino ad oggi.
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