
Panorama Sanità – 1 Aprile 2026
I medici di medicina generale del Lazio riuniti nell’intersindacale ovvero Fimmg– Smi– Snami– Federazione Medici del Territorio – Cisl Medici contro il “controllo oppressivo e asfissiante del monitoraggio della spesa farmaceutica nella Regione Lazio” e portano la situazione all’attenzione delle istituzioni nazionali.
L’intersindacale ha inviato una formale richiesta di intervento al Ministero della Salute, alla Fnomceo, alla Regione Lazio, agli Ordini provinciali e ai Direttori generali delle Asl, denunciando gravi criticità nelle nuove disposizioni regionali. Al centro della contestazione, la nota del 26 marzo sulla farmaceutica convenzionata e sul funzionamento delle Commissioni di Appropriatezza Prescrittiva Interdistrettuale (Capi), che – secondo i sindacati – “stravolge lo spirito originario” dell’accordo del 2019 e introduce un modello fondato su logiche amministrative e contabili.
Le organizzazioni parlano apertamente di un sistema di controllo “oppressivo”, che rischia di trasformare la verifica dell’appropriatezza in uno strumento di pressione sui medici. In particolare, viene contestato l’obbligo di individuare ogni mese un numero prefissato di medici da sottoporre a verifica, con richiesta di controdeduzioni e possibili conseguenze economiche.
“Un meccanismo basato su obiettivi numerici – spiegano – non risponde a criteri clinici e può condizionare le scelte terapeutiche, favorendo forme di medicina difensiva di tipo economico”. Secondo l’intersindacale, il rischio concreto è che la prescrizione non sia più guidata esclusivamente dal bisogno del paziente, ma dalla necessità di evitare segnalazioni o contestazioni.
Altro punto critico è l’assenza di confronto: le nuove disposizioni, sottolineano le organizzazioni, sono state adottate senza concertazione e senza il coinvolgimento della medicina generale, in un contesto già segnato da carenza di personale e crescente domanda assistenziale.
Per questo l’intersindacale chiede un intervento immediato: sospensione delle misure, revisione delle modalità operative delle CAPI, separazione tra audit clinico e controlli economici e, soprattutto, il ritiro della nota del 26 marzo.
“Disponibili al confronto – concludono – ma non ad accettare modelli che comprimono l’autonomia professionale e mettono a rischio la qualità dell’assistenza”.
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