Ricerca clinica, i giovani italiani temono che il contesto nazionale la ostacoli ma hanno fiducia nelle sue potenzialità
Secondo l’indagine “Scienza e salute: la voce dei giovani”, burocrazia, costi e scarsi livelli di digitalizzazione sono percepiti come limiti. Ma non manca una visione positiva sulle
Quattro giovani italiani su dieci affermano di non sapere cosa sia la ricerca clinica mentre poco più del 45% ritiene che il rallentamento della stessa possa essere un fattore di rischio per il peggioramento della Health dei connazionali nei prossimi 5-10 anni.
Sono due tra i dati più interessanti che emergono dall’indagine “Scienza e salute: la voce dei giovani”promossa da Novartis a giugno 2025 (su un campione di 1005 italiani tra i 25 e i 65 anni, il campione include 500 under 40 e 500 over 40, ndr). I margini di miglioramento, sia in termini di una maggiore informazione che di consapevolezza sulle ricadute di una frenata, sono quindi ampi e la speranza è che i gap conoscitivi si chiudano a vantaggio di una conoscenza più generale e sentita.
Tuttavia, emergono anche aspetti positivi, come la fiducia sul fatto che la ricerca clinica possa portare risultati (74,4%) e che sia lo strumento con cui sarà possibile curare entro cinque anni una malattia attualmente incurabile (lo pensano 3 giovani su 4).
Il rallentamento o le difficoltà di fare ricerca, secondo i soggetti indagati, toccherebbe ovviamente in primis i pazienti e si tradurrebbe anche in un minor accesso ai trattamenti ma la preoccupazione dei giovani, per più di 1 su 2, si allarga anche al mondo del lavoro. Il richiamo va alla perdita di opportunità per i giovani ricercatori(35,9%) ma anche ai minor investimenti nelle professioni del futuro (29,8%).
Il focus molto accentuato sull’innovazione porta ovviamente la discussione anche sul piano degli investimenti e dell’attrazione di capitali e chiama in causa il contesto geopolitico, con tutte le complessità della fase attuale. Anche su questo fronte, il parallelo con altre realtà non manca e anche elevando il discorso a un livello continentale, uscendo quindi dalla logica nazionale, il rischio è di limitarsi a rincorrere.
L’evento “Sound of Science” casca inoltre a pochi giorni dall’annuncio della Commissione Europea sul lancio di una nuova strategia “per rendere l’Europa il luogo più attraente al mondo per le scienze della vita entro il 2030”. La Commissione, come da annunci, elaborerà un piano di investimenti dell’UE per agevolare il finanziamento delle sperimentazioni cliniche multinazionali e rafforzare le infrastrutture europee di ricerca clinica.
L’annuncio è stato salutato positivamente, ad esempio, dall’Efpia, la Federazione europea dell’associazione e dell’industrie farmaceutiche, che sottolinea come “l’attenzione rivolta a semplificare la conduzione di sperimentazioni cliniche in tutta Europa è fondamentale per aumentare il numero di posti disponibili per i cittadini europei”. Il fattore dell’attrazione degli investimenti e della capacità di convertire gli stessi in trattamenti è cruciale, diversamente i pazienti italiani ed europei non accedono allo stesso ritmo di altre regioni alle opzioni per la cura.
La discussione di scena a “Sound of Science” terrà ovviamente conto di questo e molti altri aspetti, bilanciando il piano italiano, quello continentale e quello globale.
Di certo, come conferma anche l’indagine “Scienza e salute: la voce dei giovani”, la fiducia nella capacità interna di fare ricerca non manca: il 44% dei giovani intervistati pensa che i ricercatori italiani abbiano anche qualcosa in più rispetto agli altri paesi. Tuttavia, gli intervistati temono anche che il contesto possa limitare i professionisti, rendendo complicato il lavoro di ricerca clinica. Secondo il sentiment dell’indagine, a pesare sono la burocrazia che limita il coinvolgimento dei persone e la lentezza delle autorizzazioni (55,2%) ma anche costi alti rispetto ad altre nazioni (31,1%) e scarso livello di digitalizzazione e infrastruttura tech (24,2%).
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