Rapporto civico sulla salute 2025 di Cittadinanzattiva.

Oggi, l'ostacolo maggiore è la difficoltà di accesso e le liste d'attesa, che sono quasi raddoppiate dal 2020. Il 9,9% della popolazione rinuncia alle cure

Cittadinanzattiva ha presentato nel corso dell’evento “L’incomprimibile diritto alla salute. Riforme in corso, bisogni in attesa”, svoltosi presso il Ministero della Salute, il Rapporto civico sulla salute e il Rapporto sulle politiche della cronicità

Nel corso dell’evento è stato rimarcato che «Il Servizio sanitario nazionale resta il principale strumento per contrastare le disuguaglianze e garantire la salute come diritto universale. Vogliamo riportare la sanità e la costruzione della salute pubblica al centro di un dibattito che veda i cittadini protagonisti, con i loro diritti ma anche con le loro responsabilità. Alla rassegnazione e al rischio di una profezia che si autoavvera – quella di un Servizio sanitario talmente malato da sembrare irrecuperabile – contrapporremo il potere di iniziativa autonoma che l’articolo 118 della Costituzione riconosce ai cittadini.

Da qui l’impegno per Cittadinanzattiva, a promuovere una nuova stagione di confronto con e tra i cittadini, da cui far nascere un’Agenda civica sulla salute e sul Servizio sanitario nazionale. È su questo terreno che chiediamo a istituzioni e professionisti di tornare a un confronto unitario, fondato su partecipazione, interconnessioni e sinergie, per dare nuovo respiro a un’idea di salute centrata sulle persone, siano esse cittadini o professionisti», dichiara Anna Lisa Mandorino, Segretaria generale di Cittadinanzattiva.

Cittadinanzattiva – 16 dicembre 2025


La lettura complessiva dei dati del Rapporto civico sulla salute 2025 di Cittadinanzattiva restituisce un quadro preoccupante del Servizio Sanitario Nazionale. I dati raccolti da oltre 16.000 segnalazioni confermano un cambio di paradigma: la preoccupazione principale dei cittadini non è più la qualità delle cure, ma la possibilità di accedervi tempestivamente.

Oggi, l’ostacolo maggiore è la difficoltà di accesso e le liste d’attesa, che sono quasi raddoppiate dal 2020 al 2024 (47,8% delle segnalazioni). Questa criticità ha spinto la rinuncia alle cure al 9,9% della popolazione, con la rinuncia per liste d’attesa (6,8%) che per la prima volta supera quella per motivi economici (5,3%). Per i pazienti cronici, l’attesa si traduce in un “lusso”, costringendo il 55% a rinunciare o a ritardare esami e visite.

La crisi è amplificata da una profonda iniquità territoriale che trasforma la sanità in una questione di residenza. La riforma dell’assistenza territoriale (DM 77/2022) procede a “macchia di leopardo”, con solo il 38% delle Case della Comunità attive e appena il 3% che rispetta pienamente gli standard.

I dati confermano che le nuove strutture sono poco accessibili, con l’Ospedale di Comunità fruibile solo al 31,4% e la Casa della Comunità appena al 9,9%. Similmente, il fronte della prevenzione è in affanno e caratterizzato da disuguaglianze drammatiche: la copertura nazionale per lo screening Colon-Retto è ferma al 33,3%, ma in regioni come la Calabria scende a un tasso di adesione del 5,2%, contro il 66,4% in Valle d’Aosta. L’inefficacia del sistema spinge milioni di persone verso la mobilità sanitaria interregionale, che non è più una scelta ma una “migrazione di necessità” e un “voto di sfiducia” contro le regioni più lente, drenando centinaia di milioni di euro dal Sud verso il Centro-Nord.

Infine, l’opacità amministrativa aggrava la situazione. L’Accesso Civico Generalizzato sulle Liste d’Attesa e sull’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) ha rivelato un preoccupante “buco nero” di trasparenza. Molte Regioni (come Calabria, Molise, Puglia, Veneto e Trentino-Alto Adige per le liste d’attesa) non forniscono riscontro o dati sostanziali, e per l’ADI, nonostante i 2,72 miliardi di euro investiti tramite il PNRR, gli indicatori essenziali di qualità (ore erogate, intensità assistenziale) rimangono “strutturalmente invisibili”.

L’assistenza residenziale è una “giungla tariffaria”, con i costi delle RSA che variano di oltre 80 euro al giorno tra le regioni. In sintesi, il sistema sta perdendo la sua capacità universalistica a causa di una gestione disomogenea e poco trasparente delle risorse e delle riforme. È urgente che lo Stato definisca un nuovo Piano Sanitario Nazionale e renda immediatamente esigibili i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e le misure anti-liste d’attesa in ogni territorio, garantendo così che il diritto alla salute torni a essere una certezza costituzionale e non una variabile legata alla residenza o alla capacità economica.

Consulta


Nota d’esempio:

Quando il servizio Sanitario Nazionale non è uguale per tutti.

RSA Demenze e Alzheimer: informazioni insufficienti

Il quadro informativo è ancora più critico nelle RSA dedicate alle demenze e nei Nuclei Alzheimer. Per le prime, 14 Regioni non trasmettono alcun dato; per i Nuclei Alzheimer il silenzio sale a 18 Regioni. Anche dove i dati esistono, non sono confrontabili: per le Demenze, Abruzzo 115 €/giorno, Campania 173 €/giorno; per l’Alzheimer, Calabria 153 €/giorno, Lombardia 56 €/giorno ma solo per la quota sanitaria.

Giurisprudenza: diritti riconosciuti ma non esigibili

Numerose sentenze (Cassazione, Appello, Tribunali) stabiliscono che la quota sanitaria, nelle patologie Alzheimer e demenze, deve essere coperta dal SSN. Tuttavia, in assenza di una norma nazionale, tali diritti vengono tutelati solo da chi è in grado di affrontare un contenzioso: una giustizia a geometria variabile, che amplifica le disuguaglianze territoriali e sociali.

Tre disuguaglianze strutturali

  1. Accesso – Prestazioni garantite in alcuni territori, assenti o non codificate in altri.
  2. Costo – Differenze tariffarie oltre il 60%, con costi che diventano insostenibili per molte famiglie.
  3. Trasparenza – Informazioni non pubbliche, atti non aggiornati e difficoltà strutturali nel reperire anche i dati essenziali.

Il quadro RSA italiano è segnato da opacità informativa ed iniquità strutturale: non sono i bisogni sanitari a determinare la presa in carico, ma il codice postale della Regione. È necessario definire tariffe nazionali, rendere pubblici i dati e garantire diritti esigibili ovunque, senza ricorsi. La cura delle persone fragili non può dipendere dal luogo di residenza: è una questione di dignità e giustizia civile.

Conclusioni generali

La lettura integrata di dati istituzionali Agenas, evidenze civiche fornite da pazienti con cronicità, riscontri regionali ottenuti tramite Accesso civico restituisce un quadro convergente su una riforma dell’Assistenza sanitaria di prossimità che avanza, ma in modo diseguale e frammentato. I cittadini incontrano difficoltà nell’accesso ai servizi, ritardi nei percorsi di cura, poca informazione sulle innovazioni e semplificazioni, un’ADI (NdR.: Assistenza Domiciliare Integrata) efficace solo dove è realmente strutturata, tariffe RSA che sembrano quasi fuori controllo.

Sul fronte istituzionale, la trasparenza riguardo all’ADI si concentra sugli obblighi minimi, mentre risultano assenti proprio i dati che permetterebbero di valutare qualità, intensità, equità e sostenibilità dell’assistenza domiciliare. Sul fronte RSA una giungla tariffaria, con costi pressoché insostenibili per la maggior parte delle famiglie.

La prossimità è dimensione concreta dell’assistenza sanitaria solo in alcune aree del Paese, ma l’implementazione della riforma resta largamente incompiuta con inevitabili ripercussioni per molti cittadini e pazienti con cronicità, che continuano a sperimentare distanza, discontinuità e percorsi non sempre adeguati ai loro bisogni.

 

Exit mobile version