Istituto Bruno Leoni. Payback farmaceutico. Bene una sua riduzione, ma va eliminato

E' uno strumento anacronistico e dannoso, ancor più dopo le recenti riforme sul prezzo dei farmaci volute negli Stati Uniti da Donald Trump

Il payback farmaceutico, cioè l’obbligo per le imprese di partecipare al ripiano degli sforamenti dei tetti di spesa farmaceutica da parte delle regioni, è uno strumento anacronistico e dannoso, ancor più dopo le recenti riforme sul prezzo dei farmaci volute negli Stati Uniti da Donald Trump. Esso va dunque abolito, trovando politiche più adeguate ed efficaci al fine di garantire l’efficienza della spesa sanitaria.

Il payback farmaceutico, introdotto nella sua attuale forma nel 2012, stabilisce che, in caso di sforamento dei tetti alla spesa farmaceutica da parte delle regioni, le imprese “restituiscano” una quota dell’ammontare in eccesso, in particolare il 50% nel caso degli “acquisti diretti”. Nel solo anno 2024, tale sforamento è pari a circa 4 miliardi di euro e dunque il payback, che nel 2013 era inferiore ai 400 milioni, raggiunge i 2 miliardi, di fatto equivalenti a una tassa addizionale sulle imprese farmaceutiche. Peggio ancora, si tratta di una misura scarsamente prevedibile, perché il suo impatto sui bilanci delle regioni e delle aziende non può essere quantificato in anticipo, in quanto dipende dalla spesa effettiva che sarà nota solo ex post.

La tesi di questo documento è che il payback andrebbe semplicemente abolito. L’emergenza sui conti pubblici è in buona parte rientrata, grazie sia agli interventi emergenziali adottati in quel periodo, sia a misure strutturali più recenti. Il payback farmaceutico determina varie forme di incertezza, sia nell’industria farmaceutica sia tra le amministrazioni regionali e nazionali, che creano delle aspettative sulle risorse derivanti dal payback non sempre rispettate.

Oltre 10 anni dopo la fine della crisi del debito il governo italiano dovrebbe riuscire a trovare un modo alternativo e più moderno per mantenere l’equilibrio dei conti pubblici senza minare la certezza del diritto e promuovendo una cornice regolatoria più favorevole agli investimenti, in un settore, quello farmaceutico, in cui ricerca e innovazione sono fondamentali.

Gli oneri del payback hanno oggi una ulteriore grave ripercussione alla luce dell’introduzione del sistema MFN (Most Favored Nation) negli Stati Uniti. Attraverso tale meccanismo, la Casa Bianca ha disposto che il prezzo dei farmaci negli USA sia pari o inferiore a quello più basso tra paesi con un PIL pro capite paragonabile: Italia, Germania, Francia, UK, Canada, Giappone, Danimarca e Svizzera.

A tal fine, non viene considerato il prezzo di listino, ma quello effettivo, calcolato sottraendo i payback presenti nei Paesi. Esiste un rischio significativo per l’Italia che si riducano gli investimenti e che l’introduzione di nuovi farmaci e terapie nel nostro Paese sia ritardata o annullata, per evitare penalizzazioni negli Stati Uniti. Infatti, gli USA sono il primo mercato mondiale per investimenti e consumi. Se il prezzo americano diventa soggetto a un tetto implicito, legato alle prassi in vigore negli altri paesi, ci si può aspettare che l’introduzione dei farmaci in questi ultimi verrà ritardata (o si ridurrà la spesa in R&D, o entrambe le cose).

A perdere saranno anche i pazienti – soprattutto nei paesi che avranno accesso ritardato ai farmaci più innovativi. Diversi studi mostrano che i sistemi che utilizzano prezzi di riferimento esteri penalizzano i paesi a reddito più basso ritardando l’introduzione di nuovi farmaci.

La ricerca integrale

Autore: Paolo Belardinelli, Research fellow IBL e fellow London School of Economics
Istituto Bruno Leoni -22 gennaio 2026

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