Riforma sanità, arriva il decreto Schillaci: cosa cambia per i medici di famiglia
Un medico di famiglia al centro dell’assistenza territoriale, motore delle Case di Comunità che stanno aprendo in tutta Italia e con un contratto da dipendente, su base volontaria, con il Servizio sanitario nazionale. Questo l’obiettivo del ministro della Salute Orazio Schillaci, che ha illustrato in Conferenza delle Regioni la bozza di decreto-legge che porta il suo nome e che punta, soprattutto “a fare presto per dare agli italiani una sanità più efficiente e vicina ai cittadini, in particolare ai più fragili”. Ecco cosa sapere.
Per i medici di base, oggi convenzionati con le Asl, si prevede la possibilità, su base volontaria, di diventare dipendenti pubblici, cioè di avere un rapporto di lavoro subordinato come gli ospedalieri. Questo rapporto di dipendenza sarà però su base volontaria. Non si tratta di un obbligo ma di un percorso programmato e progressivo: il testo non cancella la convenzione – anche per andare incontro alle tante rimostranze già avanzate nelle scorse settimane – ma introduce un sistema misto, che potrebbe essere in futuro sempre più esteso.
Capitolo di scontro potrebbe essere la remunerazione: oggi i medici vengono pagatiin base al numero di pazienti, in futuro dovrebbero esser remunerati in base alla partecipazione al lavoro nella rete territoriale, e alla presa in carico di un certo numero di pazienti cronici e fragili.
Le Case di Comunità realizzate con i fondi del Pnrr, al 31 dicembre 2025, erano 781 Case di Comunità attive con almeno un servizio funzionante in Italia, a fronte di circa 1.715 strutture programmate. L’obiettivo del ministro sarebbe quello di arrivare entro il 30 giugno 2026 alla piena operatività. Il nuovo sistema prevede di alleggerire il carico di lavoro sugli ospedali, potenziando strutture intermedie sul
In Italia, secondo recenti dati della Fondazione Gimbe, mancano oltre 5.700 medici di medicina generale e sempre più cittadini faticano a trovarne uno, soprattutto nelle Regioni più popolose. Tra il 2019 e il 2024 il numero di questi medici è diminuito di ben 5.197 unità, tanto che ognuno segue in media 1.383 assistiti, oltre il livello ottimale. Una carenza nota, e dovuta anche alla scarsa attrattività di questa branca. Per questo, il progetto di Schillaci punta, spiegano dal ministero, a nobilitare la medicina generale, rendendola una vera e propria specializzazione ad hoc, pagata alla stregua di altre più ‘blasonate’.
Entro maggio, si apprende, è auspicato il via libera al testo del decreto da parte delle Regioni, che aspettano di avere quello definitivo. Intanto, la bozza è stata recepita in modo complessivamente positivo, al netto delle differenze politiche. Il prossimo appuntamento è calendarizzato tra una decina di giorni, nel frattempo i sindacati di categoria sono divisi sul tema, con alcuni pronti a dar battaglia. Ma, come ha spiegato il ministro ai presidenti di Regione, “non possiamo perdere un’occasione storica per l’Italia”.
Per i pazienti, almeno nella fase iniziale, l’impatto diretto della riforma dovrebbe essere limitato. Il rapporto con il proprio medico di famiglia non viene superato: il modello della convenzione resta infatti quello prevalente, anche se cambiano progressivamente le modalità di lavoro e di remunerazione.
La novità principale riguarda l’organizzazione dell’assistenza. I medici saranno chiamati a svolgere una parte della loro attività nelle Case di comunità, strutture pensate per concentrare visite, prevenzione ed esami di base. Per chi continuerà a operare prevalentemente nel proprio studio, la relazione con il paziente resterà sostanzialmente invariata.
Diverso il caso dei medici che sceglieranno la dipendenza pubblica, che potranno essere impiegati soprattutto nelle aree con maggiori carenze e all’interno delle nuove strutture territoriali. Qui l’assistenza sarà più organizzata in forma di équipe, con una presenza medica più continuativa ma meno legata al singolo professionista. Secondo i critici, questo modello potrebbe indebolire il rapporto fiduciario tradizionale, basato sulla conoscenza diretta del paziente.
I commenti
La scadenza del Pnrr di fine giugno si avvicina e con il passare delle settimane si concretizza sempre di più la possibilità che gli obiettivi finanziati dal Piano europeo non vengano raggiunti. In questa corsa contro il tempo il rischio è duplice: non aprire affatto le Case di comunità, visti i preoccupanti ritardi accumulati nella loro realizzazione; o aprirle senza che ci sia però il personale necessario a farle funzionare. La riforma di Schillaci punta a intervenire almeno sul secondo punto, ridisegnando il ruolo dei medici di famiglia. Ma i professionisti temono che il sistema non sia in grado di reggere questa trasformazione senza perdere pezzi. I sindacati di categoria parlano di provvedimento “inattuabile e pericoloso per i pazienti”, accusando il governo di non averli coinvolti nella discussione.
Uno dei punti critici che i sindacati medici contestano è il cambio di calcolo della retribuzione: non più solo legata al numero degli assistiti, ma agli obiettivi raggiunti e alle attività svolte. In alternativa, potranno scegliere la dipendenza, entrando nel Ssn. Le Asl potranno “assumere a tempo indeterminato i medici già operanti nella medicina generale che possiedano anche una specializzazione”.
Anche per queste criticità, il decreto ha aperto un fronte sindacale ampio. La posizione più dura è quella della Fimmg. Nel mirino c’è soprattutto il doppio canale con la dipendenza selettiva: secondo la
Meno netta la posizione dello Snami. Non boccia il principio del doppio canale, ma invita a un approccio più prudente: la dipendenza, nelle condizioni attuali, “non è realisticamente percorribile”. Il rischio, spiegano i rappresentanti della sigla, è duplice: da un lato molti giovani non dispongono di un percorso formativo già compatibile con un modello da dipendenti; dall’altro i medici convenzionati, spesso con studi avviati da anni, dovrebbero smantellare la propria organizzazione professionale, con un impatto diretto sull’assistenza nei territori. Lo Snami chiede quindi una riforma più graduale, che rafforzi la rete esistente senza “destrutturare” il sistema attuale. “Tutto questo non può e non deve passare tramite decreti legislativi ma solo attraverso la concertazione con i sindacati di settore.”
A completare il quadro si aggiungono le preoccupazioni della federazione Cimo-Fesmed, che rappresenta principalmente i medici ospedalieri e guarda alla riforma da un’altra prospettiva. In questo caso il timore è che l’ingresso dei medici di famiglia nel perimetro della dipendenza pubblica possa innescare una competizione diretta per risorse economiche e percorsi di carriera, già oggi ritenuti insufficienti. Critiche anche riguardo all’organizzazione territoriale: con una rete di Case di comunità poco capillare, l’obbligo di
il Presidente della FNOMCeO, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri, Filippo Anelli commenta: “È una riforma fatta senza i medici e senza i cittadini: inefficace, inutile e dannosa”. “Il problema delle Case di comunità non sono i medici di famiglia – ha concluso – il problema è che in questi tre anni non si è deciso quali servizi erogare e soprattutto non si sono messe le risorse per assumere tutte le professionalità mancanti”.
SNAMI. Si al doppio canale. No alla dipendenza
