Farmaci: l’equilibrio tra interessi e bene comune

Farmaci: l’equilibrio tra interessi e bene comune

  "Bisogna conciliare le evidenze scientifiche esistenti con le risorse economiche disponibili per ottenere assistenza di qualità e massimo guadagno in salute". Guido Rasi, dall’estate del 2008 direttore generale dell’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco, intervenendo all’incontro scientifico che si è svolto in Loggia su "Denaro e scienza" promosso dall’Università degli Studi in occasione dell’inaugurazione del Master universitario di 2° livello in Osteoporosi e Malattie metaboliche dell’osso, non ha per nulla demonizzato la presenza di "interessi" di tipo economico nel lavoro di ricerca e di produzione dei farmaci.

Ha, tuttavia, sottolineato con forza che tali interessi devono essere "controllati" e guidati per velocizzare l’immissione in commercio di prodotti innovativi pur nella massima tutela della sicurezza della salute del cittadino. Ed è questo, sostanzialmente, il ruolo dell’Aifa, organismo pubblico operante per conto del Ministero della salute, costituito con lo scopo di regolare il settore farmaceutico.

L’agenzia ha varie competenze: cura l’autorizzazione, la registrazione e il controllo dei farmaci, valutando le richieste di metterli in commercio, di consentirne la permanenza sul mercato, di reimmettervi quelli che hanno subìto modifiche nella formula e nel dosaggio.

Ancora, "l’Aifa è stata la prima agenzia in Europa che ha inserito fra i suoi compiti la promozione della ricerca indipendente sui farmaci. L’esigenza nasce dal riconoscimento, sempre più frequentemente dibattuto all’interno del mondo scientifico internazionale, dell’importanza della ricerca indipendente in aree nelle quali, pur in presenza di ricadute di salute potenzialmente molto rilevanti, manca un sufficiente interesse di tipo commerciale".

Basti pensare, ad esempio, alle malattie rare (quelle classificate sono oltre cinquemila), nelle quali la prevalenza della condizione nella popolazione è estremamente ridotta; oppure ai farmaci con brevetto scaduto; alla sicurezza a lungo termine nel corso di terapie croniche; alle popolazioni di pazienti di norma escluse dalle sperimentazioni cliniche, come i bambini o gli anziani affetti da più patologie.

"In queste situazioni – spiega il prof. Rasi – la ricerca clinica indipendente può contribuire a sviluppare nuove conoscenze, indispensabili sia nella pratica clinica corrente sia nelle decisioni regolatorie".

La ricerca, che è rivolta a tutti i ricercatori italiani di istituzioni pubbliche e non profit, è finanziata da un contributo pari al 5% delle spese promozionali sostenute dalle Aziende farmaceutiche.

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