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Il prezzo troppo alto del remdesivir

Lo sostiene Giulia Grillo, ex ministro della Salute, che ha chiamato in causa Roberto Speranza a seguito dell’accordo Ue con la società produttrice per la fornitura dell’antivirale. La replica di Gilead

Today redazione – 20 ottobre 2020

Il prezzo di remdesivir, il farmaco antivirale dell’azienda Gilead proposto per trattare i pazienti Covid-19 e contrattato dall’Ue con la casa farmaceutica californiana, sarebbe troppo alto. Ecco perché è stata rivolta un’interpellanza parlamentare al ministro della Salute Roberto Speranza “per conoscere i criteri con cui è stato definito l’accordo dell’Ue per remdesivir, primo farmaco autorizzato lo scorso 25 giugno dall’Agenzia europea per i medicinali (Ema) per il trattamento di Covid-19″.

Quanto costa il remdesivir?

A rivolgerla è stata Giulia Grillo, ex ministro della Salute e deputata del Movimento 5 stelle, spiegando che “se i dati raccolti attraverso atti ufficiali del Parlamento europeo e primarie agenzie di stampa sono corrette, non si capisce come sia stato possibile siglare un accordo che prevede un prezzo pari a 2.100 euro per un medicinale di sintesi chimica che l’azienda Usa Gilead aveva realizzato negli anni passati per debellare l’epidemia di virus Ebola, il cui costo di produzione è stimato inferiore a cinque euro per un ciclo di trattamento di cinque giorni”.

Secondo l’ex ministro Giulia Grillo, il prezzo definito nell’accordo dell’8 ottobre scorso, per una fornitura pari a 500mila trattamenti “è lo stesso di quello definito il 29 luglio, sempre in sede europea, per il trattamento di circa 30mila trattamenti. Come se non bastasse, l’intesa raggiunta per i 500mila trattamenti è stata siglata poco prima che l’Organizzazione mondiale della sanità rendesse noti i risultati degli studio ‘Solidarity’ che sembrerebbero evidenziare per il Remdesivir un’efficacia limitata ai tempi di recupero dei pazienti, ma nessun esito statisticamente favorevole in termini di mortalità”.

L’Ue aveva comprato 500mila dosi di remdesivir

Facciamo un passo indietro. Anche l’Unione europea aveva scommesso sul remdesivir. La Commissione europea, lo scorso 8 ottobre, aveva annunciato un contratto con la compagnia farmaceutica Gilead per l’acquisto di 500mila cicli di trattamento con il remdesivir (Veklury il nome commerciale), con l’opportunità di aumentare la fornitura. Nonostante i dubbi sulla sua efficacia, remdesivir è stato il primo farmaco a ricevere l’approvazione dell’Ue per il trattamento di casi gravi della malattia causati dal nuovo coronavirus.

Lo studio dell’Oms sul remdesivir

Poi la doccia fredda. Sembrano tramontare le speranze sul farmaco antivirale contro l’Ebola utilizzato anche nelle terapie contro il coronavirus. Secondo uno studio dell’Oms, il remdesivir e altri tre farmaci già esistenti non si sono dimostrati utili contro Covid 19. “I trial su quattro farmaci condotti su 11.000 pazienti in 30 Paesi – aveva spiegato l’Oms – evidenziano che questi medicinali sembrano avere poco o nessun effetto” sulla sopravvivenza e sulla progressione della malattia tra i pazienti ospedalizzati”. Il Solidarity Trial dell’agenzia sanitaria delle Nazioni Unite ha coinvolto remdesivir, il trattamento contro l’Hiv lopinavir/ritonavir, il farmaco contro la malaria idrossiclorochina e l’interferone, sviluppato per la sclerosi multipla.

Giulia Grillo, intanto, spiega: “Come indicato anche in un documento dell’Ufficio parlamentare di bilancio sul governo della spesa farmaceutica, in assenza di una disponibilità da parte delle case produttrici di farmaci a contenere i prezzi, potrebbe essere necessario intervenire per ripensare il sistema dei brevetti. Avevo intrapreso questo percorso promuovendo l’approvazione della Risoluzione per il miglioramento della trasparenza dei mercati dei medicinali alla 72.esima World Health Assembly. Spero che il ministro Roberto Speranza sia del mio stesso avviso – evidenzia – anche perché ci avviciniamo ad un rapporto debito/Pil intorno al 160% e ogni euro, qualsiasi sia il fondo di provenienza, va utilizzato con giudizio”.

La replica dell’azienda farmaceutica Gilead

Da febbraio a giugno Gilead ha “donato 1,5 milioni di dosi per i pazienti di tutto il mondo, compresi quelli italiani, per i programmi di uso compassionevole, uso terapeutico e nell’ambito degli studi clinici. Nonostante gli investimenti in ricerca già effettuati e attuali, 16 studi attualmente in corso, e lo sforzo produttivo del valore di un miliardo di dollari effettuato dall’azienda, il prezzo di Veklury* (remdesivir) è stato tenuto a un livello basso e sostenibile per i sistemi sanitari”. Lo chiarisce la stessa azienda farmaceutica, produttrice dell’antivirale remdesivir approvato per il trattamento di Covid-19, in risposta all’interpellanza parlamentare presentata dall’ex ministro della Salute, Giulia Grillo.

Gilead rivendica di aver “lavorato sin dall’inizio della pandemia a stretto contatto con le istituzioni mondiali e con quelle italiane come partner per far fronte alle eccezionali esigenze sanitarie”. L’azienda ha “fissato un unico prezzo di remdesivir per tutti i Paesi industrializzati pari a 390 dollari a fiala e a 2.340 dollari per un ciclo di trattamento di 5 giorni, ben al di sotto del valore che il farmaco può generare per i pazienti e i sistemi sanitari. La riduzione dei tempi di ospedalizzazione, infatti, oltre a rappresentare un risparmio dei costi diretti, permette anche di liberare capacità ospedaliera per trattare più pazienti in una condizione di risorse limitate come l’attuale”, evidenzia la società in una nota.

“Sulla base delle più recenti e verificate evidenze scientifiche”, remdesivir consente di “ridurre il tempo di recupero dalla malattia dai 5 ai 7 giorni riducendo così il tempo di permanenza nella struttura ospedaliera e accelerando il ritorno alla normalità, familiare e lavorativa”.

l valore di remdesivir, ricorda Gilead, “è stato riconosciuto da istituzioni indipendenti come l’Icer inglese, secondo cui il prezzo congruo dovrebbe essere il doppio di quello a cui Gilead ha scelto di proporlo alla Commissione europea e alle autorità sanitarie dei Paesi a più alto reddito pro-capite, mentre ha negoziato licenze volontarie a lungo termine con 9 produttori di farmaci generici per la produzione destinata alla distribuzione in 127 Paesi a basso reddito”. In conclusione, l’azienda “non è a conoscenza di come questi calcoli siano stati fatti, e certamente ritiene che l’affermazione non tenga nella debita considerazione la complessità del processo produttivo di questo farmaco che, proprio perché già ampiamente studiato e in uno stadio avanzato di sperimentazione, è stato possibile rendere disponibile ai pazienti già allo scoppio della pandemia a titolo gratuito”.“

Redazione Fedaisf

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