MENARINI PRONTA AL SALTO IN USA

MENARINI PRONTA AL SALTO IN USA

Antitumorali di terza generazione per il mercato americano

Il mercato americano, il più grande e ricco del mondo in campo farmaceutico, non è più un miraggio. Menarini, leader italiano di settore e 19esimo gruppo in ambito europeo, 2,5 miliardi di ricavi e quasi 13mila dipendenti, si prepara a varcare l’Atlantico e a sfidare le grandi multinazionali del farmaco proprio negli Stati Uniti, grazie ai risultati della ricerca interna e ai nuovi medicinali di terza generazione, adesso in fase avanzata di sperimentazione.
«Nel giro di due-tre anni affronteremo questo passaggio indispensabile per la nostra crescita», dice Alberto Aleotti, presidente di Menarini. L’industriale fiorentino, che nei giorni scorsi ha ricevuto il premio Ernst & Young "L’imprenditore dell’anno" per la sezione global («Un’esperienza molto bella, che mi ha fatto conoscere altri 15 colleghi, più giovani di me e di altissimo livello», racconta l’83enne Aleotti), è convinto che proprio lo sbarco in America gli consentirà di realizzare il definitivo salto dimensionale.
Menarini prevede di mettere a segno quest’anno una crescita del 5% a quota 2.544 milioni di ricavi complessivi, per effetto di un incremento dell’11% sui mercati esteri (che rappresentano circa il 60% del fatturato) e di una flessione del 3% nel nostro Paese. «In Italia siamo penalizzati dai continui tagli alla spesa farmaceutica e negli ultimi sei anni siamo sostanzialmente cresciuti per restare fermi – spiega Aleotti -. Ma per fortuna il gruppo è sempre più internazionale e la quota di ricavi proveniente dall’estero salirà presto al 70% per poi raggiungere il 90% nel giro di una quindicina d’anni».
La testa in Italia e il fatturato nel mondo è l’obiettivo di Menarini, che ha aziende e impianti produttivi in Spagna, Germania, Turchia e Guatemala. «Abbiamo un ottimo posizionamento sul mercato tedesco – racconta -. Dopo Berlin Chemie stiamo rilanciando la ex Awd di Dresda, oggi Menarini-Von Heyden, passata in poco tempo da 400 tonnellate di compresse e capsule alle 1.300 previste nel 2008 quando entreranno in funzione i nuovi impianti. In questo caso, siamo noi italiani a portare produttività in Germania – aggiunge – e proprio grazie al nostro modello basato sulla ricerca e sull’efficienza adesso guardiamo agli Stati Uniti».
I farmaci dell’avventura americana sono essenzialmente due antitumorali: la Sabarubicina per il trattamento dei tumori solidi e l’Abagovomab, vaccino biotecnologico per combattere nelle donne la recidiva del cancro all’ovaio. Due speranze per la lotta ai tumori uscite dai laboratori della Menarini, dove lavorano 750 addetti alla ricerca e allo sviluppo con un budget annuale di oltre 200 milioni.
«Dal mercato statunitense ci aspettiamo volumi e margini in grado di farci fare un autentico salto dimensionale in totale autofinanziamento», puntualizza Aleotti. «Se però, rispetto ai costi, i risultati fossero inferiori alle attese – dice ancora – allora valuteremo l’ipotesi di approdare in Borsa, come strumento per dare all’azienda i mezzi indispensabili a sostenere lo sviluppo. Purché la quotazione non mi faccia perdere più di 15 minuti al giorno», aggiunge scherzando. Ma si capisce che, nella mente di Aleotti, è un’eventualità remota.  Cesare Peruzzi Il Sole 24 Ore del 01/12/2007  ECONOMIA E IMPRESE  p. 21  
 

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