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“TUTTI BOICOTTANO I MINI-BLISTER DI PROVA”

 

Professor Garattini, lei, dal suo Istituto Mario Negri, è una sorta di supercontrollore della farmacologia. Per tutti i medicinali scaduti che buttiamo c’è un vero colpevole? E’ una piccola Napoli nazionale dei rifiuti chimici?

«Per fortuna no. E’ un sistema non ancora perfetto. E c’è senza dubbio un bel concorso di colpe. Pensi a chi, come molti anziani emotivamente preoccupati, vuole per timore fare scorte e a chi più per umanità che per interesse gliele scrive. C’è la noncuranza di chi compra di corsa, appena uscito dall’ambulatorio, senza andare a vedere che cosa ha in casa, magari prescritto tre mesi prima. E poi, certo, c’è altro».
Che altro c’è?
«Ci sono scadenze che devono essere indicate e che in realtà non sono così tassative. E lì giocano da un lato la prudenza e dall’altro un interesse commerciale».
Diamo per stupido e insieme comprensibile il nostro accaparrare. Ma, se un prodotto può avere effetti anche per un anno o due in più, o almeno non fare male, perché le aziende accorciano le scadenze? Tutta bontà?
«Non si tratta di accorciare ma di garantire. Loro accertano che entro quei tempi, comunque indicativi, perché un mese rispetto a ciò che è scritto sulla scatola non cambierà nulla, il farmaco è perfetto rispetto a ciò che sta scritto nel bugiardino. Questo non significa che dopo diventi dannoso o pericoloso. Ma si garantiscono dall’aver dato un margine ragionevole».
Più breve è il margine, prima devo riacquistare. Dunque, più è breve il tempo e prima le butto e le ricompro. E aumento il fatturato.
«Certo. Ma esagerare nell’accorciare i tempi sarebbe un autogol: farmaco di poca efficacia, farmaco inaffidabile. C’è un equilibrio naturale fra interessi. Se si abbrevia troppo la data per speculare, ci si sovraccarica troppo economicamente del ritiro del non venduto. Gli affari stessi credo che generino l’equilibrio ragionevole. E comunque la scadenza non deve significare danno, buttar via. La tolleranza è lunga, come l’effetto. Quella data toglie responsabilità su un uso che non soddisfa».
Dicono i medici di base che molto si butta perché, per effetti collaterali, si cambia terapia. Basterebbe anche fare confezioni più piccole.
«Lei ha toccato il nodo centrale. La confezione ottimale è una battaglia che dura da anni, ma senza esito, è finita perfino in Finanziarie. Terapia iniziale con quel poco di farmaco che serve a valutare, confezione ridotta per provare e testare. Se va bene si prosegue con le 20 o 30 pillole che non scadranno di certo prima che un consumo costante e prescritto le abbia mandate a fine. Invece l’industria di un antinfiammatorio che serve per 4 giorni fa confezioni da 30, per l’antibiotico che serve per una settimana più volte al giorno fa confezioni da 10. Lì è astuzia di commercio. Lì è la cultura non di profitto ma di economia morale per un Paese».
La Stampa del 11/01/2008  ed. NAZIONALE  p. 11   
 

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