Brevetti deboli senza sinergie

Brevetti deboli senza sinergie

  Sergio Dompè, Presidente di Farmindustria

«Dietro al concetto suadente di conferire la proprietà di un brevetto al ricercatore-autore di una scoperta ci sono due rischi: il primo è che la singola persona non abbia la forza economica per avviare i primi test di validazione del brevetto, e il secondo è che gli enti pubblici, a partire proprio dalle università, non siano più incentivati a investire».
Sergio Dompé, presidente di Farmindustria, scende in campo contro una delle norme previste dall’aggiornamento del Codice di proprietà industriale – contenuto nel decreto legislativo approdato al Consiglio dei ministri venerdì – che riguarda i brevetti universitari, e in particolare sull’idea di poter conferire al singolo ricercatore l’intero "copyright" di una scoperta. «La mia non è una critica all’impianto complessivo dell’aggiornamento – spiega Dompé – che anzi giudico positivamente perché vuole rendere meno oneroso il processo di brevettazione, ma contro il rischio di veder disperse molte ricerche».
Ma cosa significa? Secondo Dompé alla fase di brevettazione seguono i primi test di validazione necessari alle aziende per comprendere qual è il valore aggiunto di una scoperta. «Ebbene, questi test hanno dei costi molto elevati che vanno dai 10mila ai 500mila euro, quindi c’è il pericolo che la singola persona non solo non abbia le risorse economiche per effettuare questi test, ma che venga meno anche il potere negoziale per far valere la scoperta. Senza contare che le università, sapendo a priori che non potranno beneficiare a livello economico, in nessuna misura, dei possibili frutti di un’invenzione, possano smettere di investire».
La soluzione, secondo il presidente degli industriali farmaceutici, è evitare che lo sfruttamento commerciale della scoperta sia ad uso esclusivo dello scienziato che l’ha effettuata. «L’università dovrebbe sempre poter condividere con il ricercatore una percentuale delle royalties incassate grazie a una determinata invenzione, allora sì che tutto sarebbe tutto più virtuoso. E come esempio porto alcune università americane nelle quali la divisione dei proventi derivanti dallo sfruttamento di un brevetto variano tra il 10 e il 50% tra l’ateneo e l’autore della scoperta. Naturalmente gli spazi negoziali dovrebbe essere soppesati caso per caso, a seconda della necessità d’investimento iniziale». Tenendo presente – continua Dompé – che per sviluppare un farmaco ci vogliono 13-14 anni e un investimento di un miliardo di euro.

03-08-2010 Il Sole 24 Ore

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