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Gli accordi di Trump sul prezzo dei farmaci negli USA possono provocare un aumento dei prezzi in tutti gli altri Paesi

Il 19 dicembre scorso un comunicato della Casa Bianca annunciava che erano stati stipulati nove accordi con altrettanti aziende farmaceutiche per ridurre i prezzi dei farmaci per la popolazione statunitense: cinque “manufacturer” americani, tre europei e uno svizzero che si aggiungono a quelli siglati tra settembre e novembre sulla riduzione del prezzo di diversi farmaci rilevanti (per un totale di 14 accordi con altrettante aziende). I nove sono: Amgen, Bristol Myers Squibb, Boehringer Ingelheim, Genentech, Gilead Sciences GSK, Merck, Novartis, Sanofi. Lo scopo è portare i prezzi dei farmaci in linea con quelli pagati in altre nazioni sviluppate, il che fornirà un sostanziale sollievo dei prezzi su numerosi prodotti presi da milioni di americani.

Inoltre il 1° dicembre 2025, l’Ufficio del Rappresentante Commerciale degli Stati Uniti, il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani hanno annunciato un accordo con il Regno Unito affinché aumentino il prezzo netto dei nuovi farmaci da prescrizione del 25% nel Regno Unito, contribuendo a garantire che paghino la loro giusta quota per farmaci innovativi.


Riportiamo le considerazioni di Elena Paola Lanati che ha pubblicato il 22 dicembre su Innlifes dal titolo:

TrumpRx: perché i nuovi accordi della Casa Bianca sul prezzo dei farmaci segnano una pietra miliare nella strategia farmaceutica dei prossimi 10 anni

Il mercato americano è sempre stato il mercato di sfogo di tutte le aziende, con prezzi decisamente superiori ai valori europei. Questo, oltre al processo di approvazione di FDA rispetto a quello di EMA, era uno dei parametri che facevano guardare in primis al mercato statunitense più che a quello europeo.

Che significato dare a questo atto?

  1. Sicuramente è un messaggio alle aziende farmaceutiche molto forte, di ripensamento della politica del prezzo dei farmaci negli Stati Uniti. Alcuni tentativi sono stati fatti anche dalle amministrazioni precedenti, ma con il nome TrumpRx si è voluto dare un’enfasi diversa al programma federale di vendita diretta di farmaci ai pazienti americani a prezzi fortemente scontati sulla base del principio del Most-Favored-Nation (MFN) praticato all’estero.
  2. Va considerato quali aziende hanno aderito, le più grandi, ma non tutte, e quali farmaci. Gli sconti variano dal 58% di Repatha contro l’ipercolesterolemia di origine familiare al 98% di Plavix, sul mercato da decenni come antiaggregante
  3. Se questo non fosse un atto singolo ma il primo atto di una politica allargata, le aziende europee che oggi guardano al mercato americano come il primo per lanciare i propri farmaci dovrebbero ripensare la loro politica di espansione.
  4. In parallelo, il Regno Unito ha comunicato il 1° dicembre un “landmark pharmaceuticals deal” con l’amministrazione Trump. Un accordo siglato per tutelare accesso e continuità di fornitura di medicinali al Regno Unito, accelerare l’arrivo di nuove terapie e, soprattutto, ottenere un regime di dazi 0% sulle esportazioni di farmaci UK verso gli Stati Uniti, con l’obiettivo dichiarato di attrarre investimenti e proteggere occupazione nel Life Science britannico.
  5. Contemporaneamente, l’Europa con l’EU Pharmaceutical Act limita la durata della protezione della proprietà intellettuale (IP), con 8 anni di regulatory data protection (RD) e 1 anno di market protection (MP) – ne abbiamo scritto qui – e riduce gli incentivi per lo sviluppo di farmaci orfani, che erano una delle maggiori aree di ricerca, oltre a quelle a più alto unmet need. Questo momento, che potrebbe rappresentare una opportunità per la nostra vecchia Europa, rischia invece di affossarla ancora di più, e spingere le nuove aziende a guardare ad altri mercati per fare ricerca scientifica e di capitali.
  6. Come sempre, una minaccia può rappresentare un’opportunità. Il biotech è uno dei settori a più alta innovazione che può guidare la crescita strategica del Paese e del continente. Quello che sta accadendo dovrebbe spingerci a investire ancora di più in un settore che dovrà riorganizzarsi alla luce di questi scossoni.

E noi? L’ultima azienda italiana di successo, AAA di Stefano Buono, è stata venduta a Novartis; tre delle prime cinque terapie avanzate sono nate in Italia, ma oggi nessuna è più italiana.

Oggi però in Italia, il biotech sta vivendo un momento di grande crescita e fermento. I fondi VC (NdR: Venture Capital, veicoli di investimento specializzati nel fornire capitale di rischio a startup e scaleup ad alto potenziale di crescita) che investono nel Life Science sono passati da 200 milioni di 10 anni fa a 1,2 miliardi nel 2025, e altri se ne stanno aggiungendo.

Ci auguriamo che questo momento e quello che sta accadendo sia di stimolo per rafforzare gli investimenti.

Se questo non fosse un atto singolo ma il primo atto di una politica allargata, le aziende europee che oggi guardano al mercato americano come il primo per lanciare i propri farmaci dovrebbero ripensare la loro politica di espansione.


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Svizzera. Il patron di Roche vuole aumentare i prezzi dei nuovi medicamenti

Svizzera 23 dicembre 2025 – mattino on line

In un’intervista, il CEO di Roche, Thomas Schinecker (nella foto), sta spingendo per un aumento del prezzo dei nuovi farmaci in Svizzera. Il capo del gruppo farmaceutico delinea le conseguenze di un mancato aumento dei prezzi in Svizzera.

“Rifiutare un costo adeguato (…) metterebbe automaticamente a repentaglio il lancio di nuovi trattamenti”, ha dichiarato Schinecker in un’intervista pubblicata domenica su “SonntagsZeitung” e “Le Matin Dimanche”.

Mentre la Casa Bianca ha annunciato venerdì un accordo per ridurre i costi dei farmaci con nove nuove aziende, tra cui Genentech, la filiale statunitense di Roche, Schinecker ritiene che la Svizzera abbia “più da guadagnare e più da perdere” in questa nuova equazione. Senza rivelare i dettagli “riservati” dell’accordo, spiega che “l’obiettivo è che tutti i Paesi partecipino in modo più equo al finanziamento del progresso medico e dell’innovazione farmaceutica”. “Inoltre, l’amministrazione statunitense desidera che i prezzi dei farmaci recentemente commercializzati vengano armonizzati in futuro in otto Paesi: Danimarca, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Giappone, Canada e Svizzera“, ha aggiunto.

“Donald Trump intende quindi ridurre la quota di finanziamento degli Stati Uniti per i nuovi farmaci e garantire che la Svizzera e altri Paesi contribuiscano di più”, secondo la sua valutazione, basata sulla loro potenza economica. Pertanto, per i Paesi con un PIL pro capite superiore a quello degli Stati Uniti, ciò si tradurrà “in un prezzo più alto”, ha continuato, specificando che i prezzi dei farmaci già sul mercato non ne saranno influenzati. Se la Svizzera non si adegua, “ciò avrà ovviamente delle conseguenze”, ha avvertito l’amministratore delegato, osservando che l’industria farmaceutica rappresenta il 10% del PIL del Paese e genera quattro miliardi di franchi all’anno di entrate fiscali. Per Roche questo significherebbe “meno entrate”, meno tasse, meno investimenti nella ricerca, meno creazione di posti di lavoro per il gruppo che impiega 15’000 persone in Svizzera, spiega il dirigente.

 

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Redazione Fedaisf

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