
Stretto di Hormuz: vulnerabilità delle rotte e impatti sulla filiera farmaceutica
Questo è quanto emerge dal recente report di Qbe sul Critical Medicines Act che ha evidenziato come il settore farmaceutico europeo dipenda in misura crescente da fornitori esterni per materie prime e componenti intermedi, in particolare per i principi attivi.
insurzine – 19 marzo 2026
Articolo a cura di Stefania Pesatori – Senior underwriter settore farmaceutico e sperimentazioni cliniche di QBE Italia.
Le filiere pharma e tecnologiche risultano particolarmente vulnerabili alla cosiddetta route vulnerability, ossia alla dipendenza da snodi logistici e marittimi strategici come lo Stretto di Hormuz, oltre che da rotte commerciali sensibili a tensioni geopolitiche. In questo quadro, anche il settore farmaceutico emerge come ambito di crescente attenzione. Al momento, l’elevata volatilità del contesto geopolitico e commerciale, con segnali di apertura solo parziale al transito da parte di Teheran, rende ancora prematuro quantificare con precisione l’impatto.
In un orizzonte di circa sei mesi sarà possibile disporre di dati più solidi per valutare gli effetti reali sul comparto, verosimilmente riconducibili a rallentamenti produttivi e pressioni al rialzo sui prezzi. Nel breve termine, infatti, lo scenario resta dominato da ipotesi legate a possibili ritardi nelle forniture.
Quanto emerge dal recente report di Qbe sul Critical Medicines Act evidenzia come il settore farmaceutico europeo dipenda in misura crescente da fornitori esterni per materie prime e componenti intermedi, in particolare per i principi attivi (API). Circa il 70% dei farmaci dispensati in Europa è costituito da generici e la produzione dei loro input si è progressivamente spostata fuori dall’UE.
Questa dinamica si riflette anche nei dati di lungo periodo: tra il 2000 e il 2019, il valore delle importazioni di medicinali nei principali Paesi europei è cresciuto mediamente del +13,3% annuo, a fronte di un incremento della produzione domestica pari a solo +0,8%, evidenziando una dipendenza strutturale dall’estero.
In questo contesto, eventuali rallentamenti lungo rotte strategiche come Hormuz possono incidere su tre dimensioni chiave: interruzioni della supply chain, aumento dei costi operativi e deterioramento della qualità del credito per le imprese più esposte. Per il settore farmaceutico, la continuità della supply chain rappresenta l’elemento più critico. Se da un lato l’aumento dei costi energetici si riflette trasversalmente su tutti i settori, dall’altro ritardi nella disponibilità di materie prime e componenti intermedi possono rallentare o interrompere l’attività produttiva.
Dal punto di vista assicurativo, la business interruption si conferma la principale voce di costo nei sinistri industriali, spesso superiore al 50% del totale e, nei casi più critici, pari a circa due terzi, soprattutto quando l’evento colpisce la supply chain.
In presenza di shock logistici o geopolitici, la filiera farmaceutica attiva meccanismi di risposta operativa per contenere gli impatti, intervenendo sugli approvvigionamenti attraverso fornitori alternativi e piani di backup logistici e gestionali. Si tratta tuttavia di soluzioni di breve periodo: la sostituibilità dei fornitori è limitata da vincoli regolatori, requisiti qualitativi e tempi di validazione, rendendo difficile sostenere la produzione nel lungo termine senza effetti sulla capacità produttiva e sulla profittabilità.
Proprio per affrontare queste vulnerabilità, si inserisce il percorso europeo del Critical Medicines Act, il cui iter legislativo ha registrato ulteriori sviluppi nel 2026. L’iniziativa mira a rafforzare la resilienza della filiera farmaceutica europea, riducendo le dipendenze esterne e sostenendo una maggiore capacità produttiva interna.
Alla luce delle tensioni nello Stretto di Hormuz, il rafforzamento della resilienza delle catene di approvvigionamento assume un rilievo ancora più strategico: episodi che mettono sotto pressione snodi logistici critici evidenziano l’urgenza di costruire un sistema più autonomo e in grado di garantire continuità nelle forniture anche in contesti di elevata instabilità.
Nota
Il Critical Medicines Act punta a rafforzare la resilienza della filiera farmaceutica dell’UE
Nel mese di marzo 2025, la Commissione Europea ha proposto il Critical Medicines Act (CMA)1 per
affrontare le crescenti vulnerabilità nella filiera farmaceutica dell’Unione Europea. L’obiettivo del provvedimento è migliorare la disponibilità, l’approvvigionamento e la produzione di farmaci essenziali, inclusi quelli utilizzati per trattare malattie rare o non sempre reperibili in modo uniforme nei diversi mercati europei.
Basandosi sul lavoro svolto dalla European Health Union e in linea con le più ampie riforme legislative dell’UE, il CMA rappresenta un cambio di rotta deciso verso un intervento più diretto nella gestione della filiera farmaceutica.
Questo report analizza le motivazioni che hanno spinto la Commissione Europea a introdurre la nuova normativa, illustra le misure previste dal CMA e ne valuta le implicazioni per le aziende che operano nel settore delle scienze della vita all’interno dell’UE o che esportano verso i suoi mercati.
(Fonte: QBE)
Il Critical Medicines Act (CMA) dell’UE, adottato dal Parlamento nel gennaio 2026, mira a prevenire la carenza di medicinali (come antibiotici e insulina) aumentando la produzione locale, promuovendo la diversificazione della catena di approvvigionamento e dando priorità alla sicurezza dell’approvvigionamento rispetto al costo degli appalti. Le misure chiave includono la creazione di un “elenco dell’Unione” di prodotti critici, l’accelerazione di progetti di produzione strategica e l’introduzione di nuovi meccanismi di finanziamento per rafforzare l’autonomia sanitaria dell’UE
Il caso DOC Pharma
Non dimentichiamo che quella farmaceutica è un’industria energivora”, ricorda Zagaria, CEO di Doc Pharma, a LaSalute di LaPresse. Se sui produttori incombe l’aumento dei costi, il pericolo per gli italiani è “la rottura di stock e, dunque, dover affrontare problemi di carenze” di farmaci.
“Noi produciamo per il 75% in Italia, ma alcune produzioni sono estere, in particolare il 2% in India. Ebbene, abbiamo un prodotto bloccato da 10 giorni in porto non perché passava per lo stretto di Hormuz, ma perché le compagnie assicurative stanno rinegoziando il World risk surcharge.
Quali sono le previsioni? “Ci aspettiamo nel medio-breve termine un aumento notevole dei costi di produzione dei farmaci e un problema di approvvigionamenti legato ai costi di trasporto. È vero che abbiamo delle scorte, ma queste coprono dai 4 ai 5 mesi
Fonte: La Presse – estratto)
Nota:
La chiusura dello Stretto di Hormuz impatterebbe sui prezzi del petrolio importato (il 20% del petrolio mondiale passa di lì) da cui dipendono l’Europa e le economie asiatiche.
Lo Stretto di Hormuz è organizzato in corsie di navigazione regolate da uno Schema di Separazione del Traffico per evitare collisioni tra le imbarcazioni. Ogni corsia, una in ingresso e una in uscita dallo Stretto, è larga 3 chilometri.
L’UE aveva scelto come alternativa al petrolio Russo, proprio le fonti energetiche dei Paesi del Golfo.
Un enorme contraccolpo arriverebbe soprattutto per le economie in fortissima accelerazione dei Paesi asiatici, che sono le più dipendenti dal petrolio importato dagli Stati del Golfo. Per esempio, l’India nei primi tre mesi del 2025 ha importato ogni giorno attraverso lo Stretto 2,1 milioni di barili, mentre la Corea del Sud 1,7 milioni. In particolare, un blocco o una limitazione delle esportazioni avrebbe conseguenze molto serie per la Cina, che acquista il 90% dell’export di greggio iraniano sotto sanzioni e da diversi mesi combatte con una crescita del Pil al di sotto delle aspettative del Partito comunista cinese. Secondo le stime, nei primi tre mesi del 2025 Beijing ha acquistato dall’Iran quasi 5 milioni e mezzo di barili al giorno, ossia un quarto del totale che passa quotidianamente per lo Stretto.
E India e Cina sono i maggiori produttori di farmaci generici, principi attivi (API) e intermedi.
Fonte: GeoPop
N.d.R.: Il costo dei principi attivi e intermedi aumenta e l’aumento di prezzo non può essere scaricato sui “consumatori”, nel contempo si taglia il bilancio al Ministero della Salute per ridurre le accise dei carburanti.
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