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La lobby del signor Menarini

UN DANNO al sistema sanitario nazionale da 860 milioni di euro. Una colossale truffa che, secondo la Procura di Firenze, sarebbe andata avanti dal 1984 a oggi e avrebbe garantito un “ingiusto profitto non inferiore a 575 milioni”. Al centro il colosso farmaceutico Menarini e la famiglia Aleotti che lo controlla. A leggere la chiusura delle indagini dei PM fiorentini ci si trova di fronte a una sorta di manuale sul come creare, gestire e alimentare una lobby in Italia. Un sistema di potere nato e alimentato con la complicità della politica e a danno esclusivo dei cittadini.

LA FAMIGLIA Aleotti, padre e due figli, infatti, gestisce una rete di uomini politici, direttori e vicedirettori di giornali nazionali, da “guidare” per raggiungere i propri scopi. Nei Palazzi romani Sergio Alberto Aleotti, patron dell’azienda, ha contatti e rapporti diretti con il Governo. In particolare con il sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta. E con Claudio Scajola che, nei panni di ministro, interviene attivamente per favorire la Menarini. Ma le frequentazioni degli Aleotti sono selezionate e di ottimo livello. Come la “regina” dei salotti romani, deceduta nell’ottobre 2009, Maria Angiolillo che nella sua residenza in Trinità dei Monti ha visto sbocciare e sfiorire numerosi governi. Conversa amabilmente con Aleotti. “Se ce la facciamo Maria, con il nostro grande Ministro, la vita diventa diversa” esordisce lui, riferendosi a Scajola. La Angiolillo comprende, risponde “magari guarda”, poi si interessa e segue la vicenda tanto che in un’altra conversazione con Aleotti confessa: "Io ogni sera faccio una preghierina per il brevetto”. Ed è sempre lei che informa Alberto Aleotti che verrà contattato da Gianni Letta. Tra gli uomini del governo la famiglia si muove con disinvoltura. Incontri, contatti, telefonate con il sottosegretario alla Salute Ferruccio Fazio, il ministro allo Sviluppo Economico Claudio Scajola, il sottosegretario Raffaele Lauro e il presidente della Commissione Industria Cesare Cursi. Ma anche con Raffaele Fitto, Maurizio Sacconi e Altiero Matteoli. Fino all’incontro avvenuto il 4 febbraio 2009 con Letta, al quale due giorni dopo viene inviata una lettera indirizzata a Silvio Berlusconi. C’è anche Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana eletto con il Partito Democratico. Che fa pervenire due lettere, una a Scajola e una a Letta, per conto di Aleotti. E i PM scoprono che le due missive sono state scritte dallo stesso Aleotti e poi date a Rossi. Ricostruiscono i Nas: le lettere sono redatte “non da lui (Rossi, n.d.r.) bensì dagli Aleotti, in tutto o in parte, residuando l’attività di Rossi a quella di semplice postino”. E mentre il patron della Menarini si muove con estrema disinvoltura nei palazzi romani, la figlia Lucia [nella foto] “cura” i rapporti con la stampa nel tentativo di “addomesticare ” le notizie. O meglio: per non fare uscire quelle relative alle inchieste sull’azienda. Così, notano gli inquirenti, nonostante lo scandalo Menarini prefiguri una delle più grandi evasioni fiscali della storia italiana, i giornali sembrano dedicarvi poco spazio.

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