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“Ricettopoli” bolognese e romagnola

13-10-2009
di GILBERTO DONDI
ALCUNI avrebbero ammesso le proprie responsabilità, assumendosi anche le colpe dei superiori, altri hanno respinto le accuse, parlando di furti e falsificazioni di ricette. Sono iniziati ieri gli interrogatori davanti al gip Mirko Margiocco dei medici per cui il pm Enrico Cieri ha chiesto l’interdizione dall’esercizio della professione, limitatamente al rapporto di convenzione con il Servizio sanitario nazionale. Si tratta della ‘Ricettopoli’ che sta scuotendo la sanità bolognese e romagnola, cioè dell’inchiesta dei carabinieri del Nas che vede indagati 49 persone e ipotizza vari reati, fra cui associazione a delinquere, truffa al Sistema sanitario, corruzione e falso. Fra gli indagati ci sono 37 medici, ospedalieri e universitari, dell’Ausl (Maggiore e Bentivoglio) e del Sant’Orsola, oltre che camici bianchi di Rimini. Per l’accusa, l’organizzazione, coordinata dall’informatore scientifico dell’Italfarmaco Daniele Naldi, avrebbe intascato indebitamente rimborsi per quasi un 1,2 milioni euro dal Servizio sanitario grazie a ricette fittizie di costosi farmaci antitumorali prescritti a pazienti ignari o addirittura morti.
Ieri sono stati interrogati quattro medici, domani toccherà ad altri quattro e venerdì si chiuderà il conto. Il primo è stato il gastroenterologo Carlo Calabrese (che risponde anche di corruzione perché ha ricevuto in regalo un Home theatre), poi è toccato ad Achille Panetta, oncologo a Bentivoglio (uno dei medici con più ricette contestate, 401), a Giovanni Martinelli, professore e medico della clinica di Ematologia ‘Seragnoli’ del Sant’Orsola, e infine a Francesco Lancewicz, oncologo del Sant’Orsola.
Calabrese, come spiega il suo avvocato Daniele Coliva, «si è difeso, ha dato spiegazioni e ha chiarito nel bene e nel male la sua posizione».
IL GASTROENTEROLOGO avrebbe in sostanza scagionato il professor Giulio Di Febo, suo superiore diretto fino al gennaio scorso. Avrebbe detto di aver preso le ricette firmate da Di Febo, che il prof lasciava nell’agenda delle prenotazioni in laboratorio a disposizione dei propri collaboratori per le prescrizioni ai pazienti, e le avrebbe date a Naldi. Il tutto all’insaputa dello stesso Di Febo, che infatti non conosceva Naldi. La posizione di Di Febo va dunque chiarendosi verso un’assenza di responsabilità.
Oltre a Calabrese, c’è inoltre un secondo caso di collaboratore che si assume, almeno in parte, la responsabilità del superiore. Si tratta del dottor Claudio Laterza nei confronti di Pier Paolo Piccaluca, entrambi ematologi del Sant’Orsola. Laterza ammette di aver compilato una parte delle ricette firmate da Piccaluga, ma la posizione di quest’ultimo è tutt’altro che chiarita. Anzi, proprio Piccaluga è uno dei medici più coinvolti. Contro di lui ci sono le intercettazioni telefoniche, 597 ricette e alcuni regali ricevuti, tanto che è accusato di corruzione.
TORNANDO agli interrogatori di ieri, Panetta, difeso dall’avvocato Alessandro Armaroli, ha spiegato di aver sempre compilato ricette autentiche per pazienti veri. Il gip gli ha mostrato tre prescrizioni firmate da lui e il medico ha disconosciuto con sicurezza la propria firma su due. L’ipotesi, sua e di altri indagati, è che le ricette venissero rubate e poi falsificate. Già, perché nei reparti sembra che la prassi fosse la ‘libera circolazione’ delle ricette (aspetto su cui forse potrebbe esprimersi l’Ordine dei medici). Le impegnative erano cioè a disposizone di molte mani e qualcuno ne avrebbe approfittato. Centinaia di ricette rubate all’insaputa degli interessati? Dovrà chiarirlo il giudice. Peraltro

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