Sentenza della Cassazione

Sentenza della Cassazione
Rischia il posto chi parla male dell’Azienda. La Suprema corte: «Rovinare l’immagine dell’impresa mina il rapporto di fiducia tra società e dipendente».
ROMA – Chi parla male dell’azienda in cui lavora, o dei colleghi, può essere licenziato. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza numero 19232 del 14 settembre, ha accolto il ricorso di una struttura sanitaria che aveva licenziato una infermiera perché, tra l’altro, aveva «proferito espressioni offensive sulla capacità e sulla professionalità del personale, e in particolare nei confronti della caposala del reparto di sterilizzazione e nei confronti della caposala del day hospital».
LA VICENDA – Può dunque perdere il posto il lavoratore che discredita l’azienda parlando male dei servizi offerti e della professionalità dei colleghi. L’infermiera licenziata (che aveva diffuso la voce della presenza di medicinali ed attrezzature e supporti medici scaduti) aveva in un primo tempo riavuto il post il Tribunale di Monza al quale la donna si era rivolta le aveva infatti dato ragione e aveva annullato il licenziamento (riconoscendole inoltre un congruo risarcimento del danno). La Corte d’appello di Milano, poi, aveva ridotto la misura del danno ma confermato la reintegrazione nel posto di lavoro. Così l’azienda sanitaria ha fatto ricorso in Cassazione, finendo per vincerlo.
NUOVO GIUDIZIO – I giudici della sessione lavoro hanno accolto il ricorso rinviando la causa alla Corte territoriale di Brescia, invitando il nuovo collegio a riconsiderare il cas va accertato se tutti i comportamenti e le maldicenze della donna hanno compromesso il rapporto di fiducia e discreditato all’esterno l’immagine della struttura. Secondo i giudici di Piazza Cavour, «in tema di licenziamento per giusta causa o giustificato motivo, allorquando siano contestati al dipendente diversi episodi, il giudice di merito non deve valutarli separatamente, bensì globalmente, al fine di verificare se la loro rilevanza complessiva sia tale da minare la fiducia che il datore di lavoro deve poter riporre nel dipendente».
Da Corriere.it 17 settembre 2007

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