
La riforma dei medici di famiglia nata per riempire le oltre mille Case di comunità che apriranno in tutta Italia a fine giugno e di cui si parla da mesi – in realtà da anni e cioè già dai tempi dell’Esecutivo di Mario Draghi – non si farà.
A rinunciarci è lo stesso Governo che, nonostante la sponda delle Regioni favorevoli all’unanimità, ha deciso di rimettere nei cassetti il decreto su cui il ministro della Salute Orazio Schillaci e i tecnici regionali lavoravano da settimane: il muro alzato dalla categoria che ha sempre “minacciato” di far sentire la sua voce tra i pazienti-elettori ha fatto prevalere le voci scettiche all’interno della maggioranza, per prima Forza Italia da sempre critica a una revisione, a cui si sono unite anche Fratelli d’Italia e la stessa Lega.
Ma a esprimere forti «dubbi» sarebbe stata la stessa premier Giorgia Meloni avvicinata a margine del consiglio dei ministri di giovedì scorso dal ministro Schillaci che tanto si è prodigato per la riforma. Uno stop che se confermato suonerebbe come una clamorosa retromarcia visto che era stata la stessa Meloni oltre un mese fa a spingere Schillaci ad andare avanti se ci fosse stato l’accordo delle Regioni, obiettivo che era stato raggiunto.
A pesare sono soprattutto le resistenze di Fratelli d’Italia e Forza Italia (oggi si è aggiunta anche la Lega), contrarie a trasformare il medico di famiglia in un dipendente del Ssn. Resta aperto il nodo di come rendere davvero operative le nuove strutture territoriali.
La riforma e la sua urgenza nasce dal fatto che a fine mese c’è l’appuntamento previsto dal Pnrr con l’apertura delle Case di comunità. (fonte il Sole 24ORE – estratto)
All’Ansa Silvestro Scotti, segretario della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale, commentando il presunto arenamento della riforma dei medici di famiglia: “La riforma sulla medicina generale avrebbe fatto saltare il Servizio sanitario nazionale. Non è una riforma del ministro Schillaci, ma delle Regioni, ed è fatta solo per motivi economici. Se una parte politica della maggioranza ha capito che era dannosa, ne prendiamo atto con responsabilità”.
“È il riconoscimento – precisa Scotti – che si stava legiferando, in modo unilaterale, su una materia che è contrattuale. La riforma era la negazione della contrattazione, perché per via legislativa, e non negoziale, metteva le mani sulla convenzione dei medici di famiglia”.
“Chi oggi parla di riforma ‘affossata’ – prosegue – confonde due piani: non si affossa una buona riforma, si evita un errore di metodo che avrebbe prodotto più danni che vantaggi. La sanità territoriale non si rafforza passando sopra la testa di chi quella riforma deve attuarla ogni giorno”.
“I giovani – conclude Scotti – che avrebbero voluto scegliere la medicina generale, con tutta questa confusione, sicuramente avranno scelto un’altra specializzazione. Il danno politico di questi mesi lo pagheranno i cittadini, non le sigle”. (Fonte Fimmg)
Per lo SMI in un comunicato dichiara: “In questi mesi lo abbiamo detto: una riforma di così vasta portata doveva essere fatta con i medici e non nonostante i medici, a partire dalla cancellazione del Ruolo Unico che riteniamo troppo rigido e incompatibile con i giusti equilibri di vita e lavoro dei giorni nostri.
Vorremmo ringraziare tutti i colleghi che il 28 maggio scorso a Roma, sotto le finestre del Ministro della Salute, hanno partecipato alla nostra manifestazione nazionale e che hanno contributo al ritiro di una riforma sbagliata”
“Non basta parlare di cambiamento: occorrono interventi normativi e contrattuali capaci di distinguere funzioni, competenze e percorsi professionali”, sottolinea SNAMI.
Per Schillaci e per le Regioni è una battuta d’arresto politica significativa. Per la maggioranza (che governa da quasi 4 anni), una nuova prova di equilibrio tra tutela dell’autonomia professionale dei medici e necessità di riorganizzare il Ssn. Per i cittadini, invece, resta la domanda più concreta: chi garantirà, nei prossimi anni, una presa in carico tempestiva e vicina a casa?




