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Approvato il Piano pandemico nazionale 2025-2029. Le Regioni disponibili a confronto sull’attuazione

Approvato il Piano pandemico nazionale 2025-2029. Le Regioni disponibili a confronto sull’attuazione

Comunicato Conferenza delle Regioni – 30 aprile 2026

Il Piano pandemico nazionale 2025-2029 è stato approvato in Conferenza Stato-Regioni.

Al termine di un articolato e proficuo confronto con il Ministero della Salute si è arrivati alla definizione di un testo condiviso, su cui la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha espresso l’assenso, chiedendo al Governo di intervenire su due aspetti.

Da un lato, le Regioni hanno chiesto di assicurare che le risorse destinate al rafforzamento della governance regionale possano essere utilizzate per il reclutamento di personale anche in deroga ai tetti attualmente previsti, operando in modo analogo a quanto già avvenuto con la Legge di Bilancio del 2025 per il settore delle dipendenze.

La seconda richiesta riguarda la possibilità per le Regioni a statuto speciale e alle Province autonome di Trento e Bolzano di essere ammesse alla ripartizione delle eventuali ulteriori risorse che si rendano disponibili per l’attuazione del Piano Pandemico, considerando che si tratta di perseguire sempre obiettivi sanitari strategici a livello nazionale.

Le risorse stanziate per l’attuazione sono pari a 50 milioni di euro per il 2025, 150 milioni per il 2026 e 300 milioni annui a partire dal 2027. Le somme saranno distribuite tra le Regioni, per ciascun anno dal 2025 al 2029, sulla base della popolazione residente al 1° gennaio 2024.

Il Piano si sostanzia di cinque obiettivi:

  1. ridurre l’impatto sanitario di una pandemia sulla popolazione;
  2. garantire risposte rapide e coordinate a livello nazionale e locale;
  3. limitare l’impatto sui servizi sanitari e sociali assicurando la continuità delle prestazioni essenziali;
  4. tutelare gli operatori sanitari;
  5. promuovere informazione, coinvolgimento e responsabilizzazione della popolazione.

Il testo tiene conto delle indicazioni OMS, rispetto al Piano 2021-2023, estende l’ambito ai patogeni respiratori a maggiore potenziale pandemico, prevede una durata quinquennale e adotta un approccio flessibile e adattabile a diversi scenari epidemiologici.


Il Piano è esteso a tutti i patogeni respiratori (non più solo influenzale). La nuova strategia, sostenuta da un finanziamento di oltre 1,1 miliardi di euro, abbandona l’approccio focalizzato su una singola malattia per concentrarsi su tutti i patogeni a trasmissione respiratoria ad alto potenziale pandemico.

Il nuovo Piano stabilisce che eventuali restrizioni alla libertà personale potranno essere adottate solo attraverso leggi o atti con forza di legge, escludendo quindi i DPCM, i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri che durante il Covid divennero lo strumento ordinario per lockdown, coprifuoco e divieti. Sulla questione si è creata una divisione tra esperti: il virologo Matteo Bassetti, direttore delle Malattie Infettive al Policlinico San Martino di Genova, ha espresso forti riserve su questa scelta, sostenendo che le quarantene possono rivelarsi necessarie e che “nessun altro Paese si è posto in questo modo”, ribadendo che le decisioni in emergenza devono essere guidate dalla scienza e non dalla politica.

I vaccini vengono confermati come lo strumento di difesa più efficace, da integrare in una strategia multidisciplinare che comprende il potenziamento della rete diagnostica e del sequenziamento genomico.

Però “Nel nuovo piano non si parla della cosa più importante: dove prendere rapidamente farmaci e vaccini. Se oggi scoppiasse una nuova emergenza pandemica, l’Italia sarebbe indietro rispetto al resto del mondo” commenta Matteo Bassetti, infettivologo.

Le misure non farmacologiche (NPI) – tra cui distanziamento fisico, sospensione di eventi di massa, isolamento dei casi e quarantena dei contatti – sono descritte come “prima linea di difesa” nelle pandemie, ma la loro applicazione deve essere “rigorosa” e “calibrata” in relazione alla situazione epidemiologica.

Tra le misure organizzative il piano potenzia lo smartworkinge in generale modalità di lavoro flessibili per evitare la diffusione di virus, specie tra i lavoratori più fragili. Viene inoltre previsto il ricorso a sistemi di ventilazione meccanica controllata nelle scuole, nei luoghi di lavoro e sui mezzi di trasporto.

“Il Piano si fonda su un principio chiaro: garantire sicurezza, trasparenza e coordinamento tra tutti i livelli istituzionali. Il dialogo continuo tra Governo e Regioni si è basato su un obiettivo comune: la tutela dei cittadini e della salute pubblica. Il governo – ha dichiarato Schillaci – ha stanziato oltre 1,1 miliardi di euro per potenziare prevenzione, capacità di laboratorio e scorte strategiche, consolidando il coordinamento tra livello nazionale e territoriale”.

Due anni e mezzo dopo la scadenza del precedente PanFlu 2021-2023, la Conferenza Stato Regioni ha dato oggi il via libera definitivo al nuovo Piano pandemico nazionale. Un traguardo arrivato al termine di un lungo iter che ha visto la revisione di diverse bozze e che ora diventa operativo.

A garantire il funzionamento del sistema interviene un organismo dedicato, il Comitato di coordinamento, composto da almeno tre rappresentanti del Ministero della salute, tre rappresentanti delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano, due dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), uno di Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS).

Il Comitato non è solo una struttura di raccordo, ma un vero e proprio snodo decisionale: spetta a questo organismo valutare la coerenza dei piani regionali, esaminare le relazioni annuali e, di fatto, determinare le condizioni per l’accesso alle risorse.
Il rafforzamento del controllo centrale è uno degli elementi più evidenti del nuovo piano.

E’ un Piano molto “teorico” che fornisce ampio spazio a indicazioni e tabelle, ma lascia poi alle Regioni il compito finale di attuazione, dichiara l’infettivologo Marzio Sisti. C’è un lungo elenco di obiettivi anche condivisibili sulla carta, ma insufficientemente definito sui punti decisivi, come la garanzia di un rapido accesso a farmaci e vaccini e gli strumenti operativi per evitare di ritrovarsi impreparati di fronte a una crisi sanitaria.

La Bozza 2025-2029 è un’eccellente architettura teorica, ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità del Governo e delle Regioni di trasformare queste “linee guida” in capacità operativa reale. Il rischio è quello di passare da un’impreparazione inconsapevole a una “preparazione burocratica”, dove i documenti sono in ordine ma i reparti e i territori restano sguarniti, ha dichiarato Manuel Monti vicepresidente SIMEDET (Società di Medicina Diagnostica e Terapeutica)

Allungando lo sguardo sul mondo, si è nel frattempo conclusa lo scorso mese Polaris II, un’esercitazione globale organizzata dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) incentrata sulla simulazione di una pandemia causata da un batterio fittizio. Svoltasi tra il 22 e il 23 aprile 2026, ha coinvolto 26 Paesi, 25 organizzazioni partner e circa 600 esperti di emergenze sanitarie, con l’obiettivo di testare la capacità di risposta coordinata a future crisi globali. L’Italia, però, non ha partecipato.

 

Redazione Fedaisf

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