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FA ONORE AD ASTRA-ZENECA

FA ONORE, è il caso di dirlo, ad Astra Zeneca aver reso pubblico, comunicandolo alla massima assise scientifica mondiale dedicata alla ricerca cardiologica, il fallimento delle proprie speranze di aprire una nuova frontiera nelle applicazioni delle statine: la cura di chi soffre di scompenso cardiaco.
Aggiungendo le statine alle abituali cure non si ottiene un miglioramento significativo della prognosi, né per la regressione della malattia né per rallentare il deterioramento del muscolo cardiaco. Un’ammissione d’insuccesso tanto più significativa se si considerano le dimensioni del business che ruota attorno alle statine, uno dei farmaci con maggior crescita commerciale negli ultimi anni per la loro efficacia nel ridurre le complicanze dell’aterosclerosi (infarto e ictus). Il pollice verso sulla nuova applicazione è stato messo dallo studio "CORONA", effettuato in 21 paesi su 5000 pazienti con scompenso cronico.
Lo studio puntava a verificare gli effetti dell’aggiunta di 10 milligrammi di rosuvastatina alle cure abituali, per quanto riguarda la mortalità d’origine cardiovascolare e il quadro clinico generale, rispetto ai malati che facevano solo le cure di protocollo. Finito lo studio, i ricercatori hanno riconosciuto che la frequenza e il numero di eventi avversi riscontrati nei due gruppi erano del tutto simili. In realtà nel gruppo che ha assunto la statina c’è stata una riduzione di infarti e ictus dell’8%, giudicata però poco significativa: la statina c’entrava poco, dietro la maggior parte dei casi c’erano morte improvvisa o cause non di origine ischemica su cui non avrebbe avuto alcun effetto la statina.
Dice il direttore dello studio, professor John Kjekshus, del Dipartimento di Cardiologia del Rikshospitalet University, di Oslo: "La maggior parte dei decessi non era dovuta all’aterosclerosi, su cui l’efficacia delle statine nei pazienti non scompensati è invece dimostrata, ma al progressivo deterioramento del muscolo cardiaco". (daniele diena)  La Repubblica Salute del 22/11/2007   p. 11  

 

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