News

Farmaceutica: ok Antitrust a nozze tra Alfa Wassermann e Sigma-Tau. Italia: boom di fusioni e acquisizioni e stop alle delocalizzazioni

(Il Sole 24 Ore Radiocor) – Milano, 13 apr – Nel testo della delibera, contenuto nel bollettino settimanale [pag. 77], l’autorita’ Garante della Concorrenza e del Mercato precisa che “tenuto conto dei dati forniti dalle parti, in nessuno dei mercati interessati l’operazione appare suscettibile di determinare preoccupazioni sotto il profilo concorrenziale, non comportando modifiche alle posizioni delle Parti sui mercati rilevanti che siano tali da pregiudicare la struttura dell’offerta”.

Infatti, si legge nella delibera, con riferimento ai mercati dei prodotti farmaceutici, quanto “ai due soli casi in cui si verificheranno sovrapposizioni di quote di mercato la loro somma risultera’ comunque ampiamente inferiore al 25% in volume e al 15% in valore”.

Per quanto attiene, invece, ai dodici mercati interessati dei prodotti farmaceutici in cui la Newco subentrera’ nelle quote di mercato riconducibili a uno solo dei suoi conferenti, sebbene tali quote siano spesso elevate, anche superiori al 50% in volume, “l’operazione comportera’ la mera sostituzione di un operatore con un altro”.

“Cio’, per di piu’ – argomenta l’authority – a fronte di altri operatori che, anche quando risultano detenere quote di mercato piu’ limitate, appartengono a grandi gruppi multinazionali (Pfizer, Sanofi, Novartis) o sono molto radicati a livello nazionale (Recordati)”. Alla luce di queste considerazioni, dunque, l’Authority ha determinato che “la concentrazione in esame non appare idonea a modificare significativamente le dinamiche concorrenziali nei diversi mercati interessati”.
Cop-Com (RADIOCOR) 13-04-15 17:24:10 (0427) 3 NNNN

Risiko farmaceutico italiano boom di fusioni e acquisizioni e stop alle delocalizzazioni

ALFA WASSERMAN-SIGMA TAU È STATO SOLO IL PRIMO PASSO MA ANCORA DI PIÙ SONO ATTESE OPERAZIONI DI IMPRESE TRICOLORI ALL’ESTERO. ADESSO IL FENOMENO MAGGIORE È IL RITORNO IN EUROPA DELLE PRODUZIONI DI BASE GIA DELOCALIZZATE NEL FAR EAST

Christian Benna Milano Affari&Finanza (La Repubblica) 13/04/2015

Scatta l’ora del risiko per la farmaceutica italiana. Con l’accordo di aggregazione tra Alfa Wassermann e Sigma Tau non solo nasce un grande player tricolore da 900 milioni di euro di ricavi e 2.800 dipendenti, ma l’operazione potrebbe avere anche un effetto domino innescando la fase di consolidamento in tutta la filiera industriale del farmaco.

Il settore, 28 miliardi di euro di fatturato, 62 mila dipendenti e 174 fabbri che presenti sul territorio, è uno dei pochi, se non l’unico, ad aver tirato dritto sulla strada della crescita anche durante gli anni di recessione. Non che il mercato domestico abbia regalato grandi soddisfazioni alle aziende del compatto. Anzi, a causa dei tetti, e quindi dei tagli, alla spesa farmaceutica pubblica, l’industria ha dovuto guardare altrove, accelerando l’export che oggi vale il 71% del totale della produzione. Se in casa si stringe la cinghia, il mercato del farmaco globale vola, spinto dal bisogno di salute dei paesi emergenti; tanto che l’anno scorso ha sfondato quota mille miliardi di euro. Ed è questo il nuovo campo di gioco per il farmaco made in Italy che negli ultimi dieci anni con l’estero sono riuscite ad aumentare la produzione del 41%.

Tante opportunità ma anche molte sfide, visto che il comparto, a livello globale, è attraversato un’ondata record di acquisizioni: nel 2014 sono state siglate fusioni per un valore di circa 40 miliardi di dollari, e solo scorsa settimana è partita un’offerta da 29 miliardi del gruppo Mylan per conquistare Perrigo. «I grandi player dell’industria farmaceutica – spiega Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria – stanno concentrando gli sforzi di innovazione su poche e grandi aree terapeutiche. Sviluppare un farmaco è un’operazione sempre più costosa ed è raro trovare un nuovo prodotto blockbuster, di quelli che valgono diversi miliardi di euro di ricavi. Da qui nascono le grandi operazioni come quella di Novartis che ha acquisito il portfolio di oncologia da Glaxo, e in cambio ha ceduto l’area vaccini alla stessa Glaxo. In questo assestamento del settore, l’Italia può cogliere diverse opportunità proponendosi come grande hub manifatturiero di Big Pharma. Ma bisogna avere spalle sempre più grandi e mi aspetto ulteriori operazioni di fusione e aggregazione, soprattutto da parte di nostre aziende su mercati esteri».

Il 60% delle aziende farmaceutiche della Penisola sono a capitale straniero e spesso sono filiali di multinazionali che in Italia sviluppano buona parte della produzione europea. Le altre imprese, quelle con la cassaforte tricolore, sono perlopiù a carattere familiare, e solo in pochi casi (Recordati, in futuro Alfa Wassermann) quotate in Borsa. Ma in questi anni di sviluppo, sono diverse le realtà che a forza di crescere arrivano “a fatturare tra 500 milioni e un miliardo di euro. E si pone il dilemma su cosa fare da grandi. Rimangono poche strade da percorrere nel nuovo panorama della farmaceutica mondiale: vendere (come ha fatto Rottapharm, ceduta per 3 miliardi al gruppo svedese Meda); attivare risorse per la ricerca attraverso acquisizioni e fusioni, sia in Italia che all’estero (Alfa Wassermann, Recordati, Menarini), o specializzarsi in malattie orfane, biotech e nuove terapie (Dompé, Chiesi Farmaceutica, Zambon). Le imprese italiane provano quindi a rivoluzionare la filiera. Lo spiega bene l’operazione di acquisizione di Alfa Wasserman della famiglia Golinelli su Sigma Tau della famiglia Cavazza: «Il mercato globale è in fermento soprattutto in quella fascia di società di medie dimensioni che valgono tra l e 10 miliardi di dollari – spiega l’ad Stefano Golinelli – Non posso prevedere che ci saranno altre operazioni in Italia oltre la nostra. Ma sono certo che vedremo ulteriori acquisizioni estere da parte di aziende italiane».

Chiesi Farmaceutica di Parma è un po’ un caso scuola della rivoluzione in corso, abbracciando sia la crescita per acquisizioni all’estero che la spinta alla innovazione di prodotto grazie a p artnership pubblico-private.Ne120141asocietàha registrato ricavi in crescita del 8,9% a quota 1,3 miliardi, con un export al 77% del fatturato, riuscendo anche a tagliare il traguardo del primo farmaco a partire dalle staminali, una terapia di medicina rigenerativa che è in grado dí ridare la vista a chi ha subito danni alla cornea. La società della famiglia Chiesi, guidata dall’ad Ugo Di Francesco, ha mosso investimenti per 237 milioni di euro in R&S (al primo posto in Italia, e 15esimo in Europa); e ne ha messi sul piatto altri 87 milioni in nuovi impianti industriali e 89 milioni per l’acquisizione del capitale totale di Chiesi Usa, ex Corner storne. «Puntiamo i nostri sforzi su tre aree di sviluppo dove possiamo competere con big – spiega Di Francesco – nei farmaci per le malattie respiratorie, nella neonatologia e nella medicina specialistica. Il via libera delle autorità Ue alla nostra terapia rigenerativa è il frutto della collaborazione pubblico- privato, perché la ricerca sulle staminali nasce da uno spin off dell’Università di Modena.

E su questo tipo di sinergie che l’Italia può essere ancora protagonista anche sul fronte dell’innovazione». Anche a monte della filiera del farmaco si respira aria di cambiamento. Una delle leadership italiane è quella dei principi attivi, quelle imprese della chimica farmaceutica che sfornano le materie prime per big pharma. «Altro fenomeno che interessa il comparto – spiega Gian Mario Baccalini, presidente di Aschimfarma, l’associazione di Federchimica che raggruppa 55 imprese dei principi attivi – è che le grandi multinazionali stanno riportando la produzione nei paesi industrialmente avanzati. E lo fanno anche perché le delocalizzazioni nel campo della salute non hanno sempre pagato. Negli Usa oggi solo i135% dei principi attivi ha origine nel Far East, mentre in Europa siamo ancora al 67%, colpa di leggi che non tutelano sufficientemente né le imprese né i pazienti».

Le aziende dei principi Made in Italy ormai esportano oltre l’85%, fatturano più di3 miliardi e vantano una quota de112% del mercato globale. Sono circa 1001e aziende del settore. Ma le più grandi, che si contano sulle dita di una mano, come Euticals, Egierre, Infa Group non superano 100-200 milioni di fatturato. Serve quindi un cambio di passo. E all’ultimo forum di Aschimfarma, i rappresentanti dei fondi di private equity quasi superavano quelli delle società di settore. Secondo un report di Idea Capitals, il comparto risulta molto attrattivo per i fondi, con aziende che vantano un redditività molto elevata: il loro ingresso può stimolare la crescita attraverso acquisizioni e facilitare le fusioni tra imprese italiane.

Redazione Fedaisf

Promuovere la coesione e l’unione di tutti gli associati per consentire una visione univoca ed omogenea dei problemi professionali inerenti l’attività di informatori scientifici del farmaco.

Articoli correlati

Pulsante per tornare all'inizio
Fedaiisf Federazione delle Associazioni Italiane degli Informatori Scientifici del Farmaco e del Parafarmaco