Farmaci specialistici: analisi costo-efficacia. N.d.R.

Farmaci specialistici: analisi costo-efficacia. N.d.R.

Cifre enormi rispetto alle medicine tradizionali, che sollevano questioni di accessibilità e discriminazione

I costi elevati di Sovaldi, l’antiepatite C della Gilead, nome tecnico sofosbuvir, che in Usa ammontano a 80mila dollari per 12 settimane di cura, stanno scatenando nel mondo polemiche e dibattiti sul piano economico ed etico. E se qualcuno si chiede il perché del polverone, ecco la risposta pubblicata su Health Affairs di James Chambersdella Tufts University di Boston, Massachusetts: i farmaci specialistici stanno per invadere il mercato e il gioco in questo caso vale la candela. Si tratta di farmaci che nel 2013 erano meno dell’1% delle prescrizioni, ma circa un quarto della spesa farmaceutica, proporzione che nel 2016 potrebbe aumentare fino al 63%, in base alle stime di Express Scripts. E mentre Gilead assicura prezzi più bassi nei Paesi in via di sviluppo, c’è chi afferma che i nuovi farmaci dovrebbero costare centinaia di dollari, non decine di migliaia. Un altro esempio è il simeprevir della Johnson & Johnson: costa circa 66mila dollari, e se combinato a Sovaldi, come talvolta accade, porta la cura antiepatite a poco meno di 150 mila dollari, circa 100 mila euro, per un trimestre di cura. Cifre enormi rispetto alle medicine tradizionali, che sollevano questioni di accessibilità e discriminazione. Così Chambers ha confrontato nel 1999-2011 nuovi e vecchi farmaci per costi e guadagno di salute espresso in Qaly, un parametro di valutazione economica degli interventi sanitari. I risultati? Rispetto alle consuete medicine, quelle più recenti aumentano i Qaly da 0,002 a 0,183 ma anche i costi aggiuntivi: 12.238 contro 784 dollari. Conclude Chambers: «I farmaci specialistici hanno sì costi più elevati dei tradizionali, ma tendono anche a conferire maggiori benefici e, quindi, possono ancora offrire un buon rapporto qualità-prezzo». E in un editoriale di commento, Alan Weil, direttore di Health Affairs, afferma: «Chambers e colleghi concludono che, nel complesso, i farmaci specialistici hanno un rapporto costo-efficacia non solo paragonabile a quello dei farmaci tradizionali, ma talvolta anche maggiore. Questo suggerisce che il loro sviluppo e utilizzo è un beneficio per la società, ma purtroppo non risponde a una domanda: chi deve pagare, e quanto, per ricevere quel beneficio?».

Health Aff (Millwood). 2014 Oct 1;33(10):1751-60. doi: 10.1377/hlthaff.2014.0574
Health Aff (Millwood). 2014 Oct 1;33(10):1710. doi: 10.1377/hlthaff.2014.1091

N.d.R.: Questo è l’altra faccia della medaglia dei licenziamenti in massa degli Informatori: 13.400 dal 2007 ad oggi. Dal 2006 le aziende farmaceutiche hanno deciso di cambiare strategia. Cioè abbandonare in pratica la cosiddetta primary care (i farmaci per la medicina di base) ritenuta non più remunerativa per l’avvento dei generici e per il conseguente trasferimento della maggior parte delle prescrizioni dai medici a farmacisti e/o amministratori del Servizio Sanitario e puntare sui farmaci biotecnologici, oncologici e specialistici. Questa strategia avrebbe permesso valori aggiunti enormi e costi fissi (gli informatori sono chiamati così dalle aziende farmaceutiche) abbattuti.

Il risultato in Italia è il licenziamento di almeno un terzo degli Informatori Scientifici operanti sulla medicina di base, enormi costi per i vari Servizi Sanitari nazionali e, ultimo, ma non per importanza, la mancanza di nuovi farmaci per la medicina di base, emblematico il caso degli antibiotici.

Se alle varie autorità nazionali, sanitarie e sindacali, non interessa nulla degli Informatori, dovrebbero interessare, e molto, gli atri aspetti della questione. A volte si guardano gli epifenomeni, ma non si risolve nulla, anzi, tutto tace.

Questa operazione di “Big Pharma” è avvenuta in concomitanza con la crisi economico/finanziaria per cui tutti questi licenziamenti potevano essere mascherati dalla crisi generale. E si, c’è la crisi … .

Il comparto farmaceutico però non ha mai avuto crisi (e non solo in Italia ed è previsto un incremento annuo del 5% almeno fino al 2020), anzi ha sempre incrementato i propri fatturati e addirittura aumentato le esportazioni in questo stesso periodo del 64% (vedasi i dati ISTAT).

Qualcuno direbbe che ci sono dei poteri forti (e qui sono davvero forti!).

Notizia correlata: Farmaceutica. Quale criterio per definire il prezzo di rimborso dei farmaci?

Notizia correlata: AIFA. Le sfide farmaceutiche del mondo ultra-globalizzato

Notizia correlata: Le Monde. «Il faut établir un lien entre le prix d’un médicament et son lieu de production»

Eugenio Aringhieri, Farmindustria: “Il biotech è una grande opportunità per l’Italia”

Intervista al presidente del gruppo biotech di Farmindustria: “La ricerca è fatta da persone competenti che riescono anche a pensare fuori dagli schemi, su cui per fortuna si continua a investire”

Aringhieri

Nel mondo 350 milioni di pazienti sono trattati con farmaci biotech, in pratica un quinto del totale dei medicinali sul mercato. Da sola, la farmaceutica rappresenta il 92% del fatturato del biotech italiano con volumi di oltre 5 miliardi di euro l’anno. Eugenio Aringhieri, 54enne presidente del gruppo biotech di Farmindustria, oltre che Ceo della biofarmaceutica Dompé, vede nel settore una grande opportunità per l’Italia.

Cosa rappresenta il biotech per l’economia italiana?

“Una grande opportunità, sia industriale sia strategica. I paesi occidentali non possono più competere nei settori a basso contenuto tecnologico. Viceversa, la competitività è maggiore nei mercati hi-tech, dove l’Italia può giocare la sua partita. L’abbiamo capito subito e stiamo andando bene: le nostre imprese biotech puntano sulla ricerca scientifica e sulla specializzazione delle risorse umane, con un aumento degli investimenti del 2,4% rispetto all’anno scorso”.

E come si giustifica questa fiducia?

“I trattamenti di origine biotech sono spesso l’unica possibilità di cura per le malattie rare, ma sono soprattutto una risposta in aree della medicina che hanno ancora un’alta richiesta di salute, come l’oncologia, la neurologia e l’infettivologia. In Italia sono già 110 i farmaci biotech in commercio, ma c’è un forte trend di crescita perché altri 403 farmaci sono in via di sviluppo, e il 62% di questi è già in fase avanzata di sperimentazione sull’uomo. E se oggi circa la metà dei farmaci in sviluppo è biotech, nel 2025 sarà il 75%”.

Un’opportunità anche per il mondo della ricerca allora?

“Soprattutto per i giovani, perché la ricerca è fatta da persone competenti che riescono anche a pensare fuori dagli schemi, su cui per fortuna si continua a investire”.

Il caso di Eos, la startup milanese venduta l’anno scorso a Clovis Oncology per 400 milioni di dollari, è replicabile?

“Sì, perché in questo settore il fattore critico di successo non è la dimensione di un’impresa, ma i risultati innovativi. Ci sono già altri progetti in fase avanzata e possiamo guadagnare posizioni nel mercato globale”.

Come possiamo migliorare?

“C’è ancora molto da fare. In Italia abbiamo un ritardo di immissione dei nuovi prodotti sul mercato di 300 giorni rispetto a Germania e Regno Unito. Se consideriamo che i rimedi sono prodotti per patologie gravi o per pazienti oncologici, spesso un anno di tempo nemmeno l’abbiamo”.

Esiste in Italia una cultura favorevole al biotech?

“Cito un esempio: Francesca Damadei, che a luglio, a soli 19 anni, ha rappresentato l’Italia al London International Youth Science Forum per promuovere il ruolo del biotech. Per i giovani le materie scientifiche sono importanti: secondo l’Istat la perdita di occupazione è stata minore per i laureati in materie scientifiche rispetto a ingegneria e medicina”.

Related posts