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La lobby di Big Pharma. Ma l’industriale non è il male assoluto

Da un paio di decenni l’industria farmaceutica ha sostituito quella degli armamenti nel cosiddetto immaginario collettivo, come paradigma della malvagità e dell’egoismo di cui gli uomini sono capaci quando si lasciano ammaliare dal profitto economico. L’epiteto Big Pharma è diventato sinonimo di un Moloch che sfrutta i bisogni umani di salute. Probabilmente è anche perché di mestiere studio e insegno Storia della medicina e Bioetica, che questo luogo comune non mi ha mai convinto. Non è di sicuro un’invenzione che prima dell’avvento dei metodi sperimentali per studiare le cause delle malattie, e per controllare le procedure di produzione, sviluppo e valutazione della sicurezza ed efficacia dei farmaci, la salute umana era peggiore. Vaccini e farmaci sono stati i principali mezzi a disposizione della sanità pubblica per ridurre malattie e morte.

Ancora nel corso del decennio scorso l’innovazione farmaceutica ha contributo per circa metà all’allungamento dell’attesa di vita nei Paesi occidentali, e si stima per un sesto alla riduzione della mortalità per cancro – parliamo sempre solo di farmaci innovativi. In Occidente farmaci o trattamenti avanzati sostengono concretamente anche la speranza di una vita qualitativamente apprezzabile per centinaia di milioni di malati.

Questi successi richiedono un costante miglioramento di conoscenze e tecnologie, e controlli adeguati per incrementare la sicurezza, cioè ridurre gli effetti avversi, e per valutare l’efficacia dei principio dei preparati. Quindi gli esami a cui deve essere sottoposto un qualunque nuovo principio, che si pensa possa diventare farmaco, sono articolati, incerti, costosi, e richiedono in media più di 10 anni. Si parte da oltre 5mila composti per ottenerne uno che entrerà sul mercato, e l’investimento medio per ogni farmaco innovativo, calcolando anche gli insuccessi, è dell’ordine di 1,2 miliardi di dollari.

Attraverso questi investimenti l’industria farmaceutica sostiene sia la ricerca di base sia l’innovazione tecnologica, cioè aiuta il progresso economico e sociale. Anche se chi guida l’industria, sì preoccupa prima di tutto di fare profitto, senza questi ricavi non vi sarebbero le risorse finanziarie che alimentano la spirale di vantaggi generalizzati di cui tutti godiamo. I farmaci rimangono i prodotti industriali con il più elevato valore aggiunto dal punto di vista scientifico, tecnologico e sociale. Circa il doppio rispetto agli altri prodotti industriali. Per inventare e portare sul mercato farmaci innovativi servono ricercatori scientificamente eccellenti e tecnologie sofisticate, nonché un sistema gestionale molto complesso.

Stante la necessità di tempi lunghi di sviluppo ed elevati investimenti, i ricavi non sono così certi e stabili – anche se possono essere ingenti-come farebbe credere la vulgata mediatica. Di fatto sono influenzati da un periodo relativamente breve di sfrutta

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