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Menarini, dall’archivio segreto nuove ipotesi di riciclaggio

Procura e Nas di Firenze notificano la chiusura di una nuova indagine. Grandi somme di denaro, provento di presunte truffe al sistema sanitario, sarebbero state portate all’estero e poi impiegate per spese varie. La replica: una integrazione dell’avviso di conclusione indagini preliminari già notificato. "Il quadro accusatorio è debole e contraddittorio"

Nuove accuse di riciclaggio per i vertici della multinazionale farmaceutica Menarini sono emerse dall’archivio segreto di via Balestra a Lugano (Svizzera) dove in un appartamento c’era la contabilità "reale" del gruppo: oggi procura e Nas di Firenze hanno notificato la chiusura di una nuova indagine su proprietari e dirigenti di Menarini già coinvolti nell’inchiesta-madre in cui l’indagato principale è il patron Alberto Aleotti, accusato di una gigantesca truffa al Servizio sanitario nazionale (Ssn) tra gli anni ’80 e i ’90, reati fiscali, riciclaggio, associazione a delinquere.

Nella nuova indagine sono accusati di riciclaggio e di reimpiego di capitali di provenienza illecita, in questo caso dalla presunta truffa al Ssn, Lucia e Giovanni Aleotti, figli di Alberto, e i dirigenti Pier Francesco Riva, Giovanni Cresci, Licia Proietti più lo svizzero Roberto Verga accusato di costituire all’estero società fittizie (letterbox companies) adatte alle triangolazioni finanziarie. Le accuse riguardano operazioni, anche di "scudo fiscale", che gli inquirenti considerano illecite e che sono emerse dalle carte dell’archivio di Lugano curato periodicamente dal patron Alberto Aleotti e da pochi e fidati collaboratori. Emersi anche gli acquisti di una barca e di un aereo, e provviste finanziarie ‘scudate’ per i nipotini del patron Alberto Aleotti.

Fra le operazioni finanziarie, gli inquirenti ne hanno evidenziate due transitate dalla società lussemburghese Parsofi riferibile ad Alberto Aleotti. In una, tra il 1991 e il 1993, secondo gli inquirenti Parsofi movimentò denaro per 176 miliardi di lire di cui 154 miliardi provenienti da società di Panama, paese dove gli inquirenti ritengono che Aleotti stoccasse "off shore" provviste di capitali ottenute con la truffa al Ssn. Denaro che, attraverso Pharmafin, società di controllo al vertice della catena di Menarini, servì ad acquistare quote di Menarini Ifr, di cui Aleotti era all’epoca socio di minoranza e di cui successivamente prese la maggioranza.

Altra operazione sotto la lente risale all’ottobre 1997 e consistette, sempre secondo gli inquirenti, nel trasferimento, tramite la Parsofi, dalla Financiera Palamos, di 200 milioni di franchi svizzeri (127 milioni di euro). Denaro su cui ruotò un prestito obbligazionario di pari valore sottoscritto alla Parsofi dalla Ubs di Zurigo; le obbligazioni poi furono oggetto di ‘scudo fiscale’ nel 2003 per un ‘rimpatrio’ che per gli inquirenti non è regolare poichè si tratterebbe di capitali accumulati da Alberto Aleotti indagato per truffa continuata al Ssn. In operazioni più ridotte, per un totale di 1,5 milioni di euro, furono alimentate – dal 2000 al 2007 due fondazioni, denominate Nipote e Nipote bis, per i nipotini di Alberto Aleotti; somme furono trasferite su conti di Mp

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