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Multinazionali in fuga da Milano a casa 6000 specialisti dell’hi-tech

I colossi stranieri chiudono le fabbriche, ma spesso lasciano aperti uffici e settore marketing. Saltano operai, ingegneri, fisici. Il caso più recente: l’Alcatel a Vimercate

di GABRIELE CEREDA e LUCA DE VITO

Smantellano fabbriche, chiudono siti produttivi. Poi, magari, lasciano aperti uffici commerciali e settore marketing. Ma per le grandi multinazionali la provincia di Milano non è più un territorio su cui convenga investire. Il gateway, il grande cancello di entrata in Italia che fino a qualche tempo fa Milano rappresentava per le multinazionali, si sta chiudendo. Non è più soltanto una questione di costo del lavoro, spiegano gli esperti, quanto piuttosto la mancanza di una strategia a livello istituzionale che invogli i colossi internazionali ad investire. E poi c’è la concorrenza, fortissima, di Paesi come la Cina e l’India con mercati sempre più invitanti e dove fare innovazione è sempre più semplice.

Telecomunicazioni, meccanica, farmaceutica sono i settori più a rischio, con una frequenza di chiusura degli stabilimenti in crescita. E a farne le spese sono i circa 6mila dipendenti che, secondo Cgil Milano, dal 2008 a oggi hanno pagato con il posto di lavoro il disimpegno delle corporation. Disperato l’appello dei sindacati: «O si ricreano opportunità in campi come infrastrutture, agevolazioni, formazione oppure le multinazionali andranno via tutte». Da tempo nelle sabbie mobili, 72 ore fa il distretto hitech di Vimercate ha ricevuto un colpo mortale. Alcatel, colosso francoamericano delle telecomunicazioni, ha annunciato 690 esuberi nelle sue sedi italiane. La più colpita dal provvedimento è la cittadina brianzola. Su 1.250 addetti, 400 sono sull’orlo del baratro: fanno tutti parte del distretto “region” dell’azienda, ingegneri e fisici tra i più specializzati d’Europa.

LE TELECOMUNICAZIONI

«Il nostro è il Paese più colpito dal piano di disimpegno — spiega Gigi Redaelli di Fim Cisl — Nelle telecomunicazioni paghiamo i ritardi nello sviluppo della banda ultralarga. Soldi rimasti bloccati, ma necessari per il settore». A Concorezzo, solo un paio di chilometri a nord di Vimercate, 200 dei 400 dipendenti di Linkra sono appesi a un filo. A marzo scade la cassa integrazione e l’azienda americana, che produce ponti radio, ha già fatto sapere di voler ridimensionare l’impegno in Italia. Da una parte all’altra dell’hinterland la sostanza non cambia: a Cassina de’ Pecchi, nel cuore della Martesana, alla fine del 2011 la Jabil (ex Nokia) ha lasciato a casa i suoi 325 dipendenti. Licenziati via fax dalla multinazionale americana produttrice di circuiti elettrici, i lavoratori hanno ugualmente fatto ripartire la produzione «in attesa di un imprenditore che rilevi stabilimento, macchinari e personale» fa sapere la rappresentanza sindacale.

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