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Nuove “forme” sul mercato.

Secondo un rapporto di Datamonitor (settembre 2006), i primi 50 produttori farmaceutici che hanno lanciato nuovi prodotti tra il 2002 e il 2005 , hanno agito sulla forma farmaceutica almeno due volte su tre.
Cardiovascolare, sistema  nervoso, diabete e salute femminile sono le aree più gettonate, e le aziende si stanno già attrezzando per ridisegnare farmaci dei settori nutrizionale e metabolico. Nulla di strano dato che si tratta di aree terapeutiche cui afferiscono le patologie più rappresentate nella popolazione e, quindi, il ritorno degli investimenti è praticamente garantito.
Le motivazioni però non sono puramente redditizie, secondo Tim Atkinson, direttore della sezione Ricerca e analisi alla Spectra Intelligence, e autore di un rapporto indipendente “Global business inside” sulla riformulazione in campo farmaceutico. Atkinson suggerisce che la re-ingegnerizzazione di molecole storiche, blockbuster o di poco successo, porti ad un incremento dell’efficacia, della compliance e, in definitiva, dell’esito clinico. A supporto della sua tesi, cita il Procardia XL, la formulazione a rilascio prolungato della nifedipina Pfizer, che dal ’90 al ’98 ha incrementato di 8 miliardi di dollari il bilancio delle vendite. Esperienza molto simile è quella di Johnson & Johnson che dal suo antipsicotico a base di risperidone (Risperdal) ha derivato il metabolita più attivo e l’ha inserito in una formulazione a lento rilascio (Invega).
Datamonitor conferma che, dopo la recente approvazione di Invega, J&J tenterà lo switch verso il nuovo farmaco di quanti più pazienti, prima della scadenza (2008) del brevetto del risperidone. E probabilmente ci riuscirà, visto che ha già un precedente con la nuova formulazione (Concerta) del metilfenidato.
Meno felice, invece, l’esercizio di Lilly che ha associato due fenomeni: olanzapina (l’antipsicotico Zyprexa) e fluoxetina (l’antidepressivo Prozac), per creare un farmaco – Symbyax –  per il disturbo bipolare. Il Symbiax non ha ripetuto il successo di vendite dei suoi progenitori, restando un prodotto di nicchia, forse anche per la presenza di forti versioni generiche delle due molecole originarie.
Un altro fenomeno che sta collezionando successi è quello dell’applicazione delle nanotecnologie alla tecnica farmaceutica. Secondo Atkinson sarebbero almeno 35 gli antitumorali in via di sviluppo migliorabili con queste metodiche. Un caso già riuscito sarebbe quello del paclitaxel particolato iniettabile della Abraxis BioScience, dotato di indice terapeutico superiore rispetto al primo brevetto della molecola.
Un’altra strategia che potrebbe dimostrarsi vincente riguarda i polimerosomi, nanoparticelle biodegradabili. Tennis Discher, ricercatore dell’università della Pennsylvania, ha dimostrato che i polimerosomi si comportano come “cavalli di Troia” veicolando paclitaxel e doxorubicina all’interno delle cellule tumorali del cancro al seno.
Alla Altairnano, invece, Rochelle Wagner sta studiando la nano-incapsulazione, per limitare la tossicità di nuovi chemioterapici. Nanoparticelle sferiche di Renalan (leganti di fosfato a base di lantanio) sono state sperimentate con successo nel carcinoma renale all’ultimo stadi l’incremento di area superficiale in rapporto al volume ha consentito, infatti, di ridurre drasticamente la dose richiesta, minimizzando la tossicità.
La nanotecnologie, spiega Rochelle, si può applicare anche alla ri-formulazione, consentendo di ottenere farmaci più selettivi (se legati a nanoparticelle organiche) per certi tessuti e quindi meno tossici, oppure farmaci (se legati a nanoparticelle inorganiche) con durata d’azione maggiore grazie alla minore vulnerabilità all’azione catabolica.
Fonte “pharmamarketing.it”

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