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PREGIUDIZI ITALIANI SULL’EQUIVALENTE

C’è un caso italiano a proposito degli equivalenti? Secondo Assogenerici, sì, dal momento che nei giorni scorsi si è avuta una presa di posizione molto netta del presidente, Giorgio Foresti. Nella sua relazione all’Assemblea dell’Associazione, si fa presente che nonostante gli evidenti benefici già determinati dall’utilizzazione dei generici, che per la prima volta nel 2007 hanno consentito di rispettare il tetto fissato per la spesa farmaceutica, questi farmaci continuano infatti a restare ai margini dell’attenzione del legislatore. Foresti ricorda che basterebbe che il consumo italiano dei generici si allineasse alla media europea per realizzare 2 miliardi di euro sui base annua. Vale a dire più di quanto promettano di far risparmiare altre misure di contenimento della spesa sanitaria. Risorse che dovrebbero essere impiegate per farmaci innovativi, farmaci orfani, terapie del dolore, farmaci biotecnologici e non solo per ripianare i tetti di spesa.
"Non sono più rinviabili – secondo Foresti – interventi strutturali che permettano il definitivo decollo dei generici e il consolidamento di un mercato farmaceutico, già fortemente penalizzato nel passato da drastiche e unilaterali manovre di contenimento della spesa. Occorre orientarsi invece alla corretta gestione delle risorse economiche, pena il  deterioramento  dell’intero settore, che non può reggersi su politiche di sconti né  basarsi sui risultati di breve periodo, derivanti solo dalle nuove scadenze brevettuali".
Forte anche di quanto espresso nella sua ultima relazione da Antonio Catricalà, presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, Foresti è entrato nel dettaglio. "Troppa  superficialità  e troppi interessi" ha detto "pesano sul corretto sviluppo degli equivalenti come rilevato anche dall’Antitrust. Ripetutamente si leggono insinuazioni su qualità, sicurezza e controlli riguardo ai farmaci generici, ed è paradossale che tali accuse vengano mosse dopo oltre  trentacinque anni dalla loro introduzione nel mercato europeo e oltre dieci anni in quello italiano. Sono affermazioni strumentali, diffuse ad arte e sintomo di un’evidente arretratezza del nostro paese rispetto all’Europa e al resto del mondo, dove le quote di penetrazione dei generici sono ben più consistenti che in Italia".

Fra le cause della mancata crescita, Foresti ha citato il fenomeno dello spostamento delle prescrizioni, ben noto a tutti gli operatori del settore. In sostanza, avviene sistematicamente che, quando un brevetto scade, la relativa molecola viene "abbandonata", le prescrizioni per quel farmaco crollano e aumentano contestualmente le prescrizioni di molecole ancora coperte da brevetto, appartenenti alla medesima classe terapeutica. E come non citare inoltre la mancanza di un chiaro indirizzo verso la prescrizione per principio attivo, all’atto delle dimissioni dall’ospedale? Prescrivere per principio attivo al momento della dimissione ospedaliera renderebbe certamente più semplice, da parte della medicina del territorio, convincere l’assistito all’uso del farmaco equivalente.

Queste carenze, e altre ancora, nel sistema del farmaco privano l’Italia di una grande opportunità per innovare il proprio Sistema Sanitario: "Proprio partendo da una gestione corretta ed intelligente del farmaco – ha affermato Foresti – si può innescare un circolo virtuoso attraverso la sinergia e l’integrazione territorio-ospedale, in cui cittadino, medico  e farmacista si sentano parte integrante nella gestione delle risorse economiche necessarie per garantire in futuro l’accesso a cure molto costose, oggi non accessibili con questi livelli di spesa generale".  Tutti temi che molto probabilmente sara

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