Covid-19. Carenza farmaceutica: La catena spezzata di Cina e India

Covid-19. Carenza farmaceutica: La catena spezzata di Cina e India

ISPI – 3 aprile 2020

Stati Uniti ed Europa, grazie ai loro investimenti nella ricerca biomedica, sono leader mondiali nella scoperta e nello sviluppo di farmaci, ma non sono più leader nella produzione di farmaci. Negli ultimi decenni, questa si è gradualmente spostata al di fuori del loro territorio, specialmente in India e Cina, paesi diventati protagonisti incontrastati dell’industria farmaceutica: fabbrica l’una e fornitrice di principi attivi l’altra.  L’India è infatti il leader  nella produzione di farmaci generici, con quote di mercato globale del 20%; copre inoltre circa il 50% della domanda mondiale di vaccini.  Ma è dalla Cina che la stessa India importa quasi il 70% dei principi attivi (API). Pechino ha una quota mondiale del 13% e dalla sua produzione dipende una varietà di altri ingredienti chiave nella produzione di farmaci, tanto quelli più sofisticati (soggetti ancora a brevetto) quanto quelli generici per i quali la Repubblica popolare produce fino all’80% dei principi attivi.

Cina. Negli ultimi vent’anni la Cina ha costruito un formidabile arsenale di produzione di API che ha permesso di ottenere prezzi dal 30 al 40% inferiori alla media globale, anche grazie a normative più lasche e generosi sussidi statali. La produzione cinese totale tra API e prodotti intermedi nel 2019 ha raggiunto 9,5 milioni di tonnellate (2,5 per i soli API), di cui 1,9 milioni sono andati all’Europa. Le esportazioni sono cresciute in media del 3,8% negli ultimi anni, per un valore di circa 30 miliardi di dollari. E la tendenza sembra destinata a continuare, dal momento che tra il 2020 e il 2024 sono previsti 160 miliardi di euro di molecole brevettate che diventeranno di dominio pubblico.

USA. L’industria farmaceutica statunitense ha un’esposizione significativa alla fornitura di farmaci dall’India le cui aziende forniscono circa il 40-50% di tutti i farmaci generici. Ma ben più alto è il rapporto di dipendenza dalla Cina. Negli Stati Uniti, l’importazione di farmaci cinesi è aumentata del 76% nell’ultimo decennio e ora circa l’80% dei farmaci venduti negli USA sono prodotti nella Repubblica popolare. Tra questi, il 95% di ibuprofene e il 45% di penicillina. Non è un caso se, tra i settori risparmiati dai dazi del presidente Trump, vi sono proprio le forniture mediche provenienti dalla Cina. In effetti questo ha lasciato gli API al di fuori della guerra commerciale bilaterale, ma ora scarseggiano a causa dei ritardi nella catena di fornitura causata dal CoVid-19.

Europa. Oltre al rallentamento della produzione, ad allarmare di più è il fatto che la pandemia ha rallentato sensibilmente la catena logistica di approvvigionamento. Problema particolarmente sentito in Europa dove non c’è ancora un sistema univoco Ue per la gestione dei trasporti dei prodotti farmaceutici e sanitari e dove le azioni non coordinate dei singoli stati membri stanno causando numerosi problemi nella libera circolazione di beni essenziali come quelli farmaceutici, come recentemente sottolineato da Enrique Häusermann, presidente Assogenerici.

Per il momento i grandi gruppi in Europa e Stati Uniti riescono a garantire le forniture grazie alle scorte di materiali stimate in media a tre-sei mesi, ma sul medio termine, lo shock causato dalla pandemia spingerà molto probabilmente le aziende a diversificare i mercati di approvvigionamento e produzione.

 Effetti per l’Italia

L’Italia è leader in Europa nella produzione di medicinali per un valore di 32,2 miliardi di euro: il settore è un vero e proprio asset strategico dell’economia italiana. La produzione pharma è infatti cresciuta del 22% negli ultimi 10 anni con un aumento delle esportazioni del 117%, tanto che oltre l’80% della produzione è destinato all’export. In aumento anche l’occupazione, che si attesta ad oltre 66.000 addetti. A rendere strategico il settore sono anche gli investimenti in ricerca e sviluppo che ammontano a circa il 16% di tutto il settore manifatturiero, facendo del pharma l’industria più innovativa del nostro paese in termini di spesa in R&D.  Come negli altri paesi, i farmaci non coperti da brevetto rappresentano il 90% delle vendite con i produttori di farmaci generici che detengono una quota di mercato del 22%.

C’è stato un tempo in cui l’Italia era tra i primi paesi al mondo nella produzione di principi attivi con una quota di mercato del 12% nel 2013. D’altro canto però l’Italia, come anche altri paesi occidentali, ha perso progressivamente quote rispetto a Cina e India che, anche grazie a un quadro normativo meno vincolante, propongono politiche di prezzo fortemente competitive specie per quanto riguarda i principi attivi dei farmaci generici.  Il settore italiano dei principi attivi farmaceutici  mantiene certo una posizione di rilievo con un giro d’affari di 3,6 miliardi di euro e rappresenta il 9% del mercato mondiale, che vale complessivamente 41 miliardi di euro. L’alta qualità dei principi attivi made in Italy è riconosciuta all’estero, tanto che la quota di export raggiunge l’85%: diretti soprattutto verso gli Stati Uniti (40%), l’Europa (36%) e il Giappone (18%). Diverso è il discorso per quanto riguarda la produzione dei principi attivi più semplici ma anche più comuni che, come già detto, sono controllati da Cina e India. Occorrerà ora del tempo per valutare se la crisi del coronavirus porterà anche le aziende farmaceutiche italiane a un progressivo ripensamento delle proprie catene di approvvigionamento, spingendo magari per un reshoring nazionale.

Nell’attuale congiuntura, il settore farmaceutico italiano sembra essere ancora poco colpito dalla crisi generalizzata che attraversa la quasi totalità dei comparti produttivi del Paese. L’indagine rapida di Confindustria sulla produzione industriale nel mese di marzo ha segnalato un crollo dell’attività manifatturiera del 16,6% rispetto all’anno precedente: in questo quadro la farmaceutica, unitamente al settore alimentare, è riuscita a reggere il colpo, mantenendo una relativa stazionarietà nel fatturato. Ciò non esclude che, nei prossimi mesi, il crollo dei consumi e del reddito possa avere ricadute importanti in termini di acquisti di farmaci non essenziali.

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