
Il SSN è già mezzo privato. Ma facciamo finta di non saperlo
Il SSN è già ibrido: dal medico di famiglia alle RSA il privato è ovunque — serve governarlo con regole, dati e trasparenza prima che l’universalismo svanisca.
Mondo sanità – 9 luglio 2026 di Claudio Zanon
È presente ovunque: negli ambulatori, negli ospedali e nelle cliniche; nelle RSA, nei centri diagnostici e nei laboratori; dagli studi dentistici alle cooperative, dagli appalti ai software, fino alle mense, alle pulizie, alle manutenzioni, alle assicurazioni, ai fondi sanitari, alle prestazioni pagate di tasca propria e persino alla soglia d’ingresso del sistema: i medici di famiglia hey pediatri di libera scelta. Il grande equivoco italiano è continuare a descrivere il National Health Service come un monolite pubblico, puro, statale, autosufficiente. Non lo è più da tempo. Forse non lo è mai stato davvero. Il SSN è già un sistema ibrido. Lo ammettiamo sottovoce, perché riconoscerlo costringerebbe la politica a compiere l’atto più impegnativo: governarlo.
The first “privato” è quello più invisibile. Il medico di medicina generale non è un dipendente del SSN: è un professionista convenzionato. Lo stesso vale per il pediatra di libera scelta. Sono retribuiti con risorse pubbliche, svolgono una funzione pubblica e rappresentano la porta primaria di accesso, ma non sono incardinati a pieno titolo nella catena organizzativa delle aziende sanitarie. Non sorprenda, allora, se le Case della Comunità fanno fatica a decollare, se la presa in carico dei cronici spesso rimane un proposito, se il digital procede a macchia di leopardo, se la continuità assistenziale somiglia più a un mosaico che a una rete. Abbiamo costruito il territorio su professionisti autonomi e poi pretendiamo che operi come una piattaforma integrata.
Il secondo “privato” è quello accreditato: cliniche, ospedali, centri diagnostici, ambulatori specialistici,
riabilitazione, lungodegenza, salute mentale, attività chirurgiche. Il cittadino entra spesso in una struttura privata, ma paga il SSN. Oppure pensa di essere “nel pubblico” perché ha l’impegnativa, mentre la prestazione è erogata da un soggetto privato. Non è questo lo scandalo. In molte aree, senza l’accreditato il sistema collasserebbe domani mattina. Lo scandalo è un altro: non sappiamo sempre con chiarezza che cosa acquistiamo, a quale prezzo, con quali esiti, con quale appropriatezza e con quale integrazione nei percorsi pubblici. Il privato accreditato può essere un alleato. Ma può anche trasformarsi in un “bancomat al contrario”: il pubblico paga, il privato decide, il cittadino attende.
Il terzo “privato” is that of RSA. Qui l’ipocrisia sfiora la crudeltà. L’anziano non autosufficienteè l’emblema del nostro welfare incompiuto: un po’ sanità, un po’ sociale, un po’ famiglia, un po’ retta, un po’ Regione, un po’ Comune, e moltissimo portafoglio. Quando l’assistenza domiciliare non basta, quando il caregiver familiare cede, quando la demenza diventa ingestibile, quando l’ospedale dimette ma il territorio non prende in carico, paga la famiglia. Paga la RSA, la badante, l’infermiere, il fisioterapista, il trasporto, la visita, l’ausilio. È sanità privata mascherata da destino familiare.
Poi c’è il grande rimosso: il dentista. L’odontoiatria italiana è pressoché interamente privata. Lo sanno tutti, ma pochi lo dicono con il dovuto sdegno. Il cavo orale è stato “espulso” dal corpo per ragioni di bilancio: i denti paiono appartenere non al Right to health, ma al conto corrente. Se qualcuno rinuncia a una visita cardiologica, ci indigniamo. Se rinuncia al dentista, pazienza. Eppure la salute orale tocca alimentazione, dolore, infezioni, diabete, lavoro, autostima, relazioni sociali, dignità. Una bocca malata non è un tema estetico: è una frattura sociale.
Il quarto “privato” è quello pagato direttamente. Lo chiamiamo out of pocket per dargli un’aura tecnica; in realtà significa: “soldi tirati fuori dalla tasca”. Visite specialistiche, esami, risonanze, TAC, fisioterapia, psicoterapia, farmaci, odontoiatria, occhiali, assistenza domiciliare, logopedia, neuropsichiatria infantile, prevenzione, riabilitazione. Una quota è scelta. Un’altra è comodità. Ma una parte crescente è fuga. Fuga dalle liste d’attesa. Fuga dai CUP che non rispondono. Fuga dalle agende chiuse. Fuga dal “non c’è posto”. Fuga da un pubblico che esiste sulla carta ma non sul calendario. Quando un cittadino paga una risonanza perché nel pubblico arriverebbe tra otto mesi, non sta scegliendo il mercato: sta comprando tempo. E nella sanità il tempo non è un dettaglio: è diagnosi, prognosi, dolore, sopravvivenza.
Il quinto “privato” abita dentro gli public hospitals. Un ospedale pubblico oggi non funziona solo con
personale pubblico: si regge su appalti, cooperative, fornitori, global service, manutenzioni, mense, pulizie, lavanderie, tecnologie, software, cloud, piattaforme digitali, logistica, ingegneria clinica, energia, project financing, partenariati pubblico-privati. Anche qui, in sé non c’è nulla di male. Il problema non è esternalizzare: è farlo senza intelligenza, senza controllo, senza competenza tecnica, senza misurare qualità, costi, dipendenze, rischi, risultati. Perché quando il pubblico perde competenza, non acquista più servizi: compra dipendenza.
La domanda vera, dunque, non è: “Quanto privato vogliamo nella sanità italiana?”. È un interrogativo
vecchio, ideologico, sterile. La domanda vera è: quanto privato c’è già, chi lo paga, chi lo governa, chi ne trae beneficio e chi rimane escluso? Il rischio oggi non è una privatizzazione dichiarata, rumorosa, brutale. È peggiore: una privatizzazione per consunzione. Il SSN resta in piedi come insegna, ma dentro si svuota. Le prestazioni migrano fuori. I professionisti migliori se ne vanno. Le famiglie pagano. Le liste d’attesa diventano il casello della disuguaglianza: chi può paga e passa, chi non può resta fermo. È così che muore l’universalismo. Non con un funerale di Stato, ma con una prenotazione impossibile.
Non si tratta di cacciare il privato: sarebbe ridicolo, impraticabile e spesso dannoso. Si tratta di smettere di subirlo. Serve un patto limpido. Il privato che lavora per il SSN deve rispettare regole pubbliche effettive: stessi standard, stessi dati, stessi controlli, pari obblighi di trasparenza sugli esiti, identica responsabilità nei percorsi. Non può prendersi solo la parte facile, remunerativa, programmabile, lasciando al pubblico urgenze, complessità, cronicità, fragilità e fallimenti. Il pubblico non deve comprare prestazioni “a chilo”. Deve acquistare salute prodotta. Non basta dire: abbiamo effettuato mille visite. Bisogna chiedere: hanno risolto qualcosa? Hanno ridotto i ricoveri? Hanno evitato complicanze? Hanno accorciato i tempi di diagnosi? Hanno migliorato sopravvivenza, autonomia, qualità di vita?
La sanità del futuro non si governa contando pezzi, ma misurando percorsi. Qui il digital è decisivo. Non come gadget da convegno, ma come strumento di potere pubblico. Agenda unica, fascicolo sanitario, interoperabilità, telemedicine, ospedale virtuale, centrali operative, cruscotti regionali, artificial intelligence, sistemi predittivi: tutto deve servire a sapere dove va il paziente, quanto attende, chi lo cura, quanto costa, quale esito ottiene. Senza dati, il pubblico contratta al buio. E chi contratta al buio perde sempre.
La sanità italiana non ha bisogno di una guerra santa contro il privato. Ha bisogno di una rivoluzione della
governance. Occorre distinguere il privato utile da quello parassitario; chi integra da chi spolpa; chi prende in carico da chi seleziona; chi condivide dati da chi li trattiene; chi lavora per il sistema da chi lavora sul sistema. La verità è che il SSN è già ibrido. La tragedia è che non lo governiamo come tale. Continuiamo a difendere a parole una sanità pubblica che nei fatti obbliga milioni di cittadini a pagare. Continuiamo a denunciare la privatizzazione mentre la utilizziamo ogni giorno per tappare i buchi. Continuiamo a proclamare l’universalismo mentre accettiamo che l’accesso dipenda sempre più da reddito, regione, relazioni, assicurazioni, capacità di orientamento.
The National Health Service non sarà distrutto dal privato in quanto tale. Sarà distrutto dall’ipocrisia. Dalla retorica pubblica e dalla pratica privata. Dai diritti scritti e dalle agende chiuse. Dalle Case della Comunità senza comunità professionale. Dai pronto soccorso pieni e dai centri privati affollati. Dalle liste d’attesa infinite e dalle carte di credito immediate. Il privato nella sanità italiana incide già moltissimo. La scelta non è se farlo entrare: è già entrato, si è seduto, lavora, fattura, cura, sostituisce, integra, talvolta salva e talvolta approfitta. Ora bisogna decidere chi comanda. Perché se il pubblico governa, il privato può essere una leva. Se il pubblico arretra, The privato diventa il sistema. E a quel punto non avremo più un Servizio sanitario nazionale con una componente privata. Avremo una sanità privata con un residuo pubblico per chi non può permettersi altro.
Fimmg. “La medicina generale nel Servizio sanitario: ruolo e organizzazione ai tempi delle carenze”




