I farmaci da banco ci costano fino a sei volte di più che in altri Paesi europei. Perché?

I farmaci da banco ci costano fino a sei volte di più che in altri Paesi europei. Perché?

Denunciamo una vergogna che comporta un salasso immotivato per le famiglie italiane

Generici poco competitivi, mancata rimborsabilità, confezioni piccole. In Italia diversi medicinali da automedicazione e senza obbligo di prescrizione hanno prezzi maggiorati rispetto al resto d’Europa.

People for planets – 9 ottobre 2019

In Italia paghiamo i farmaci da banco fino a 6 volte di più

Il signor Bruno è in Francia in vacanza e, nonostante i ritmi rilassati e l’uso degli occhiali da sole, i suoi occhi si arrossano e prudono. Così entra in una farmacia per comprare le lacrime artificiali, fidate compagne nella vita di tutti i giorni: senza, i suoi occhi proprio non collaborano. Il farmacista gli dà un flacone al costo di 1,50 euro. La cosa lo meraviglia: in Italia costano molto di più, in farmacia da 7 euro in su. Allora mostra al farmacista una confezione vuota che ha con sé e gli chiede gentilmente di controllare se il prodotto che gli sta vendendo è effettivamente analogo. Il farmacista controlla la composizione e gli dice, non senza stupore dopo aver visto il prezzo italiano, che sono effettivamente lo stesso prodotto. Poi ipotizza, per giustificare l’evidente differenza di prezzo, che forse la confezione italiana contiene più liquido: e invece a uno sguardo più attento emerge il contrario: il flacone italiano, oltre a essere molto più costoso, è anche più piccolo. Bruno paga ed esce. Mette le lacrime artificiali e i suoi occhi subito ringraziano. E insieme a loro anche il portafogli, perché ha speso un quinto di quello che avrebbe pagato in Italia.

Il nostro amico Bruno per questa volta ha risparmiato, ma non appena tornerà in Italia dovrà acquistare le lacrime artificiali allo stesso prezzo di sempre, pari cioè ad almeno cinque volte il prezzo che pagherebbe in Francia.

In Italia i farmaci da banco costano di più che nel resto d’Europa. E la differenza di prezzo che i cittadini pagano è, soprattutto in alcuni casi, sostanziale: fino a sei volte di più, secondo un’indagine condotta dall’associazione per la tutela e difesa dei consumatori Altroconsumo.

Come è possibile che questo accada?

Perché paghiamo così tanto di più? A cosa è dovuto questa maggiorazione dei prezzi, in alcuni casi esorbitante, considerando ad esempio che un fattore come l’Iva per questi prodotti in Italia è pari al 10%, mentre nel Regno Unito e in Germania, dove i farmaci da banco costano in media molto meno che da noi, è molto più alta (20% e 19% rispettivamente)?

In attesa che qualcuno ci spieghi come mai tutto ciò accade, possiamo fare delle ipotesi.

La prima riguarda la mancata rimborsabilità (salvo rare eccezioni) dei farmaci venduti senza ricetta, mentre la definizione di un rimborso come avviene per i farmaci in fascia A potrebbe fungere da stimolo allo Stato a far abbassare i prezzi, visto che almeno in parte dovrebbe pagarli al posto dei cittadini (che è quello che accade in Francia e Germania, dove i farmaci da banco possono essere in parte rimborsati nel caso in cui vengano prescritti dal medico).

La seconda riguarda il fatto che nel nostro Paese i generici (come ibuprofene e paracetamolo) sono pochi e poco competitivi, e la forza di alcuni marchi (come Moment e Tachipirina) che trainano le vendite permette di mantenere il prezzo alto anche dei farmaci con brevetto ormai scaduto, che finiscono per costare poco meno del medicinale di marca. C’è poi da dire che il sovrapprezzo dipende in parte, almeno per quanto riguarda i farmaci in compresse, anche dalla minore grandezza delle confezioni rispetto agli altri Paesi europei, il che contribuisce a far lievitare il costo finale.

Non si può poi non considerare che a incidere sul prezzo finale dei farmaci da banco sia anche il costo delle ditte distributrici che portano i medicinali dalle aziende produttrici ai punti vendita, dal momento che viene distribuito in questa modalità il 57% dei farmaci senza obbligo di ricetta.

Paracetamolo e ibuprofene a confronto

Dall’indagine – in cui sono stati confrontati i prezzi applicati in Italia, Portogallo, Spagna, Belgio, Francia, Olanda, Germania e Regno Unito a 15 medicinali senza obbligo di prescrizione – risulta una variabilità notevole dei costi. Per la stessa molecola l’Italia non è quasi mai il paese meno caro, anzi spesso è proprio il più costoso. Ad esempio ilparacetamolo generico da noi costa il quintuplo che in Belgio, Olanda, Spagna e Regno Unito: 16 centesimi contro 3 per una compressa da 500 mg. Mentre per l’ibuprofenearriviamo a sborsare sei volte il prezzo che si paga in Olanda: 29 centesimi contro 5 per una compressa da 200mg. Quanto all’Imodium, in Italia una capsula da 2mg costa in media 83 centesimi contro i 23 della Francia, quindi più del triplo.

Considerando che nel 2017 in Italia sono stati spesi per farmaci senza obbligo di prescrizione quasi due miliardi e mezzo di euro per un totale di 278 milioni di confezioni, quanto si potrebbe risparmiare se i prezzi fossero allineati a quelli dei Paesi europei in cui i costi sono più bassi?

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Case farmaceutiche e ticket sanitari

Caro BSev, ogni governo populista propone l’eliminazione dei ticket sanitari, che, invece, avrebbero la loro ragion d’essere. Infatti, in linea di principio, tra due cittadini di pari condizione economica, mi pare giusto che chi utilizza un servizio contribuisca ai costi in misura leggermente maggiore di chi non lo usa. Il ticket ha anche la funzione di disincentivare un uso eccessivo e improprio dei servizi sanitari (per esempio, da parte di parenti che parcheggiano gli anziani in ospedale).

Ma il vero problema dei costi per i cittadini non sono i ticket; sono le medicine. Dagli anni ’70 ad oggi siamo passati da una situazione in cui quasi tutti i farmaci erano gratuiti, purché prescritti dal medico, alla situazione attuale nella quale sono quasi tutti a pagamento, tranne pochi cosiddetti “salvavita”. Ciò ha prodotto anche uno spostamento della ricerca delle case farmaceutiche verso lo sviluppo di farmaci da banco, che possono essere venduti ad un prezzo sostanzialmente libero e rendono di più.

Questa situazione si è ulteriormente aggravata con la comparsa di prodotti classificati come integratori, ma che sono farmaci a tutti gli effetti, nel senso che hanno una provata efficacia terapeutica, tanto che i medici li prescrivono spesso come unica terapia, e non come coadiuvante.

Questi farmaci, essendo classificati tra gli integratori, non devono essere sottoposti alle accurate e costosissime sperimentazioni cliniche prima di essere messi in commercio, hanno delle istruzioni d’uso ridotte a poche righe e non hanno l’elenco delle controindicazioni e degli effetti collaterali. In teoria, non ci dovrebbero essere se il farmaco fosse solo un integratore, cioè un complemento dell’alimentazione, ma, in realtà, se questi prodotti effettivamente hanno un’efficacia terapeutica, non possono non avere effetti collaterali.

Dulcis in fundo, questi pseudointegratori, essendo considerati prodotti voluttuari, hanno prezzi molto alti sui quali le autorità sanitarie non intervengono.

Luigi Lenzini,

Corriere della Sera Italians di Beppe Severgnini – 22 ottobre 2019


Decalogo Uso corretto degli integratori alimentari (PDF 0.85 Mb)

 

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