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Più trasparenza sui farmaci

di Luigi Ripamonti

 

Di recente il Tamiflu ha avuto un suo secondo momento di notorietà. Il farmaco antinfluenzale aveva toccato il suo picco di popolarità quando, per timore della pandemia di «aviaria», si scatenò una corsa al suo accaparramento in tutto il mondo. Ora dell’antivirale si parla di nuovo, soprattutto in ambito scientifico, ma non solo. Il motivo è che, per realizzare una «revisione sistematica» (una sorta di sintesi ragionata) sulla sua efficacia, alcuni ricercatori hanno ingaggiato una lunga lotta per avere accesso ai dati sperimentali completi sul medicinale, compresi quelli resi disponibili, almeno in un primo momento, solo sotto forma di «riassunto». Come mai, ci si chiederà, non tutti i dati erano di pubblico dominio? Il caso del Tamiflu colpisce, visto anche l’impegno di denaro pubblico che ha comportato «farne scorta», ma non è affatto isolato. Il problema dell’accesso ai dati delle sperimentazioni sui farmaci è discusso da anni, ed è stato oggetto di vere e proprie battaglie, in particolare da parte degli studiosi indipendenti dell’inglese Cochrane Collaboration, nei confronti sia delle industrie farmaceutiche sia degli enti regolatori (la Fda negli Stati Uniti e l’Ema in Europa).

 

Le industrie, infatti, si sono potute finora limitare a rendere accessibili i dati sperimentali completi agli enti regolatori, ma non a tutti coloro che ne avessero fatto richiesta, per motivi attinenti a segreto industriale, sensibilità dei dati dei pazienti trattati e altre ancora. Entrare nel merito della validità o meno di queste argomentazioni senza rischiare banalità oppure demagogia a buon mercato richiederebbe un’analisi seria e approfondita. Qui però si possono suggerire almeno due spunti di riflessione. Il primo è che il diritto alla riservatezza andrebbe ben soppesato se sull’altro piatto della bilancia ci sono sicurezza dei pazienti e salute pubblica, intesa anche come indirizzo (e quindi eventuale spreco) di risorse, considerato, fra l’altro, che il mercato dei farmaci è sostenuto in gran parte dai Sistemi Sanitari pubblici. Il secondo è che in un’epoca in cui l’open access (accesso libero alle informazioni) è ritenuto irrinunciabile in molti campi, anche l’industria del farmaco, soprattutto nell’interesse della propria credibilità, farebbe bene ad abbracciarlo con coraggio. Alcuni segnali ci sono. Si spera che altri, concreti, ne seguano.

 

4 maggio 2014 | CORRIERE DELLA SERA /  SALUTE

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