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3° Rapporto FNOMCeO-Censis: «Le motivazioni soggettive dei medici nell’esercizio della propria professione», Ma Il SSN è già mezzo privato?

Il SSN è già mezzo privato. Ma facciamo finta di non saperlo

Roma, 9 luglio 2026 – CENSIS

Sacrifici e difficoltà per tutti, di più per le donne. Per il 67,7% dei medici la carriera gli ha imposto tante rinunce e tanti sacrifici nella vita privata. A pensarlo il 72,1% dei medici di età fino a 49 anni, il 68,1% tra 50 e 59 anni e il 65,0% con almeno 60 anni. Però, il 74,2% delle donne è convinta che nella professione ci sono molti più ostacoli per loro rispetto agli uomini, ed è il 33,1% dei medici maschi a condividere tale affermazione. Inoltre, secondo il 73,1% delle dottoresse, per riuscire nella professione, le donne devono impegnarsi molto di più degli uomini, mentre è il 32,3% dei dottori a pensarlo. È quanto emerge dal 3° Rapporto Fnomceo-Censis dal titolo «Le motivazioni soggettive dei medici nell’esercizio della propria professione» realizzato dal Censis su un campione di 530 medici.

Il lavoro conta, ma la priorità va a famiglia e vita privata. Riguardo alla priorità della propria vita, il 62,7% dei medici intervistati indica famiglia e vita privata, il 27,5% la professione medica e il 9,8% il tempo per sé stessi e per i propri interessi, passioni, hobby. In sintesi, per il 72,5% dei medici, vita privata e tempo per sé stessi prevalgono sull’esercizio della professione medica. Importanti le differenze per età: famiglia e vita privata sono priorità per il 70,8% dei medici che hanno fino a 49 anni, per il 66,4% di quanti hanno un’età compresa tra 50 e 59 anni e per il 56,0% dei più anziani con almeno 60 anni. Danno priorità alla professione il 16,2% dei medici fino a 49 anni, il 25,2% tra 50 e 59 anni e il 35,4% che hanno almeno 60 anni. Il tempo per sé stessi e per i propri hobby sono priorità per il 13,0% di quanti hanno fino a 49 anni, per l’8,4% tra 50 e 59 anni e per l’8,6% con almeno 60 anni. Rispetto al genere, famiglia e vita privata sono prioritari per il 59,0% degli uomini e il 69,4% delle donne, la professione per il 29,9% degli uomini e il 23,1% delle donne, il tempo per sé stessi, hobby, ecc. per l’11,0% degli uomini e il 7,5% delle donne. Il lavoro è al centro della vita per molti medici con età più alta e per i maschi.

Si diventa medico per vocazione e passione. Riguardo alle ragioni che hanno spinto i medici nella professione, il 57,0% indica la vocazione e la passione; il 49,1% il valore etico, cioè la possibilità di fare del bene agli altri; il 39,2% il proprio interesse per la scienza; il 25,1% la possibilità di avere relazioni significative con le persone; il 17,7% l’influenza familiare o di persone conosciute; il 15,3% esperienze di vita vissute o di cui ha preso conoscenza, con persone amate colpite da patologie o storie di malati ascoltate o lette. Le ragioni di natura economica, di prestigio o carriera sono indicate da quote inferiori di medici: il 12,3% indica il fatto che è una professione autonoma, la libera professione; il 10,6% la possibilità di guadagnare bene; l’8,1% il rispetto sociale.

Si continua a farlo bene per i risultati ottenuti. Rispetto alle motivazioniattuali indicate dai medici, quelle che ne incentivano ancora oggi il buon esercizio della professione, il 48,5% degli intervistati indica i risultati che ottiene, vale a dire le persone che cura, le sfide cliniche che affronta ecc.; il 35,3% la passione e la vocazione; il 33,0% la qualità delle relazioni con i pazienti; il 30,4% il senso di realizzazione personale; il 27,7% l’eticità, poiché può fare del bene a persone che soffrono; il 18,1% la varietà di sfide che affronta, il lavoro mai monotono. Inoltre, il 55,1% dei medici dice che c’è una certa coincidenza tra le motivazioni iniziali e quelle attuali, il 36,6% che c’è molta differenza, l’8,3% non ha idee precise.

Soddisfatti del percorso professionale fatto. Malgrado le carenze nella sanità e gratificazioni economiche e immateriali inadeguate, l’80,2% dei medici intervistati è soddisfatto del proprio lavoro, e lo è il 74,0% di quanti hanno fino a 49 anni, il 77,3% di chi è in età compresa tra 50 e 59 anni e l’85,2% di chi ha almeno 60 anni. Infatti, per l’83,0% dei medici la professione è stata ed è un modo per realizzarsi nella vita. E così è stato per il 79,9% di chi ha fino a 49 anni, per il 79,0% di età compresa tra 50 e 59 anni e per l’86,8% di chi ha almeno 60 anni. Inoltre, il 58,1% dei medici intervistati consiglierebbe ad un giovane di oggi di intraprendere il percorso per diventare medico. Lo farebbe il 49,4% dei medici fino a 49 anni, il 57,1% tra 50 e 59 anni e il 63,8% con almeno 60 anni.

Centralità della persona e dignità umana: vero baricentro della cultura professionale. Il 92,6% dei medici ritiene che curare le persone senza discriminazioni è un modo per costruire una cultura di pace. Il 91,7% pensa che promuovere la tutela della salute per tutti crea una buona convivenza e rafforza la democrazia. Inoltre, il 46,0% dei medici intervistati reputa importante fare volontariato in aree del mondo investite da crisi umanitarie per guerre, catastrofi naturali, povertà. Poi, il 94,3% dei medici ritiene che una sanità migliore richieda l’umanizzazione nella sanità, con più tempo e maggiori attenzioni nel rapporto con i pazienti. E, guida decisiva nell’attività medica sono, per il 93,0% dei medici intervistati, i valori del giuramento professionale e del codice deontologico.

Sfida Intelligenza Artificiale. Il 56,0% dei medici intervistati ha già utilizzato strumenti di IA nella sua attività clinica quotidiana. Benefici potenziali dell’IA sono, per il 44,9% dei medici, che può dare un notevole contributo alla riduzione dei tempi dedicati ad attività amministrative e burocratiche. Il 78,3% ritiene importante avere una formazione specifica sull’IA con riferimento ad aspetti etici e alle modalità di utilizzo. Effetti collaterali sono per il 34,9% dei medici il rischio che pazienti e familiari tendono a pensare di poter dialogare alla pari con i medici. Solo potendo dedicare più tempo alla relazione, secondo i medici, si potrebbe fronteggiare questa deriva negativa.

Meglio il lavoro autonomo. Per l’81,5% dei medici intervistati il lavoro dipendente crea un eccesso di impegni burocratici, finendo per togliere tempo al rapporto con i pazienti. Ne è convinta una quota nettamente maggioritaria di medici trasversalmente all’età, all’anzianità di servizio e anche al genere. Inoltre, il 54,0% dei medici ritiene che con il lavoro dipendente ci sia il rischio di ridurre l’autonomia decisionale dei medici: anche questa opinione è condivisa da quote prevalenti in modo trasversale a età, anzianità di servizio e genere. L’ipotesi del lavoro dipendente non trova consenso tra i medici, e il rigetto è ancor più forte tra quelli impegnati sul territorio.

«Questi dati fotografano la professione medica: una professione che continua a garantire diritti, prossimità e cura, spesso pagando un costo personale molto alto» ha detto Filippo Anelli, Presidente della Fnomceo. «Il dato sulle donne, che ormai costituiscono la maggioranza dei medici attivi, ci richiama a una responsabilità ulteriore: una sanità – ma anche una società – giusta deve saper riconoscere e rimuovere le diseguaglianze che attraversano il lavoro professionale. Valorizzare pienamente le colleghe significa rendere più forte, più equa, più umana, ma anche più efficace ed efficiente, tutta la sanità».

Questi sono i principali risultati del 3° Rapporto Fnomceo-Censis «Le motivazioni soggettive dei medici nell’esercizio della propria professione» che è stato presentato oggi pomeriggio presso l’Accademia di San Luca a Roma, nell’ambito del Convegno Fnomceo «Il lavoro dei medici nell’Italia custodita dalla cura», da Sara Lena, Ricercatrice Area Consumi, mercati e welfare Censis e Francesco Maietta, Responsabile Area Consumi, mercati e welfare Censis e discusso tra gli altri da Orazio Schillaci, Ministro della Salute, Antonio Tajani, Ministro degli Esteri, Marcello Gemmato, Sottosegretario alla Salute, Francesco Zaffini, Presidente X Commissione Affari sociali Senato della Repubblica, Ugo Cappellacci, Presidente XII Commissione Affari sociali Camera dei Deputati, Francesco Rocca, Presidente Regione Lazio, Filippo Anelli, Presidente Fnomceo, Andrea Senna, Presidente Cao nazionale, Alberto Oliveti, Presidente Enpam, e Gerardo D’Amico, Giornalista Rai

Il Rapporto

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Il Servizio sanitario nazionale nasce dalla promessa di non lasciare nessuno solo davanti alla malattia, e quella promessa continua a vivere nel lavoro quotidiano dei medici. Filippo Anelli, presidente della Fnomceo.

Ma è proprio così?


Il SSN è già mezzo privato. Ma facciamo finta di non saperlo

Il SSN è già ibrido: dal medico di famiglia alle RSA il privato è ovunque — serve governarlo con regole, dati e trasparenza prima che l’universalismo svanisca.

Mondo sanità – 9 luglio 2026 di Claudio Zanon

È presente ovunque: negli ambulatori, negli ospedali e nelle cliniche; nelle RSA, nei centri diagnostici e nei laboratori; dagli studi dentistici alle cooperative, dagli appalti ai software, fino alle mense, alle pulizie, alle manutenzioni, alle assicurazioni, ai fondi sanitari, alle prestazioni pagate di tasca propria e persino alla soglia d’ingresso del sistema: i medici di famiglia e i pediatri di libera scelta. Il grande equivoco italiano è continuare a descrivere il Servizio sanitario nazionale come un monolite pubblico, puro, statale, autosufficiente. Non lo è più da tempo. Forse non lo è mai stato davvero. Il SSN è già un sistema ibrido. Lo ammettiamo sottovoce, perché riconoscerlo costringerebbe la politica a compiere l’atto più impegnativo: governarlo.

Il primo “privato” è quello più invisibile. Il medico di medicina generale non è un dipendente del SSN: è un professionista convenzionato. Lo stesso vale per il pediatra di libera scelta. Sono retribuiti con risorse pubbliche, svolgono una funzione pubblica e rappresentano la porta primaria di accesso, ma non sono incardinati a pieno titolo nella catena organizzativa delle aziende sanitarie. Non sorprenda, allora, se le Case della Comunità fanno fatica a decollare, se la presa in carico dei cronici spesso rimane un proposito, se il digitale procede a macchia di leopardo, se la continuità assistenziale somiglia più a un mosaico che a una rete. Abbiamo costruito il territorio su professionisti autonomi e poi pretendiamo che operi come una piattaforma integrata.

Il secondo “privato” è quello accreditato: cliniche, ospedali, centri diagnostici, ambulatori specialistici, riabilitazione, lungodegenza, salute mentale, attività chirurgiche. Il cittadino entra spesso in una struttura privata, ma paga il SSN. Oppure pensa di essere “nel pubblico” perché ha l’impegnativa, mentre la prestazione è erogata da un soggetto privato. Non è questo lo scandalo. In molte aree, senza l’accreditato il sistema collasserebbe domani mattina. Lo scandalo è un altro: non sappiamo sempre con chiarezza che cosa acquistiamo, a quale prezzo, con quali esiti, con quale appropriatezza e con quale integrazione nei percorsi pubblici. Il privato accreditato può essere un alleato. Ma può anche trasformarsi in un “bancomat al contrario”: il pubblico paga, il privato decide, il cittadino attende.

Il terzo “privato” è quello delle RSA. Qui l’ipocrisia sfiora la crudeltà. L’anziano non autosufficienteè l’emblema del nostro welfare incompiuto: un po’ sanità, un po’ sociale, un po’ famiglia, un po’ retta, un po’ Regione, un po’ Comune, e moltissimo portafoglio. Quando l’assistenza domiciliare non basta, quando il caregiver familiare cede, quando la demenza diventa ingestibile, quando l’ospedale dimette ma il territorio non prende in carico, paga la famiglia. Paga la RSA, la badante, l’infermiere, il fisioterapista, il trasporto, la visita, l’ausilio. È sanità privata mascherata da destino familiare.

Poi c’è il grande rimosso: il dentista. L’odontoiatria italiana è pressoché interamente privata. Lo sanno tutti, ma pochi lo dicono con il dovuto sdegno. Il cavo orale è stato “espulso” dal corpo per ragioni di bilancio: i denti paiono appartenere non al diritto alla salute, ma al conto corrente. Se qualcuno rinuncia a una visita cardiologica, ci indigniamo. Se rinuncia al dentista, pazienza. Eppure la salute orale tocca alimentazione, dolore, infezioni, diabete, lavoro, autostima, relazioni sociali, dignità. Una bocca malata non è un tema estetico: è una frattura sociale.

Il quarto “privato” è quello pagato direttamente. Lo chiamiamo out of pocket per dargli un’aura tecnica; in realtà significa: “soldi tirati fuori dalla tasca”. Visite specialistiche, esami, risonanze, TAC, fisioterapia, psicoterapia, farmaci, odontoiatria, occhiali, assistenza domiciliare, logopedia, neuropsichiatria infantile, prevenzione, riabilitazione. Una quota è scelta. Un’altra è comodità. Ma una parte crescente è fuga. Fuga dalle liste d’attesa. Fuga dai CUP che non rispondono. Fuga dalle agende chiuse. Fuga dal “non c’è posto”. Fuga da un pubblico che esiste sulla carta ma non sul calendario. Quando un cittadino paga una risonanza perché nel pubblico arriverebbe tra otto mesi, non sta scegliendo il mercato: sta comprando tempo. E nella sanità il tempo non è un dettaglio: è diagnosi, prognosi, dolore, sopravvivenza.

Il quinto “privato” abita dentro gli ospedali pubblici. Un ospedale pubblico oggi non funziona solo con personale pubblico: si regge su appalti, cooperative, fornitori, global service, manutenzioni, mense, pulizie, lavanderie, tecnologie, software, cloud, piattaforme digitali, logistica, ingegneria clinica, energia, project financing, partenariati pubblico-privati. Anche qui, in sé non c’è nulla di male. Il problema non è esternalizzare: è farlo senza intelligenza, senza controllo, senza competenza tecnica, senza misurare qualità, costi, dipendenze, rischi, risultati. Perché quando il pubblico perde competenza, non acquista più servizi: compra dipendenza.

La domanda vera, dunque, non è: “Quanto privato vogliamo nella sanità italiana?”. È un interrogativo vecchio, ideologico, sterile. La domanda vera è: quanto privato c’è già, chi lo paga, chi lo governa, chi ne trae beneficio e chi rimane escluso? Il rischio oggi non è una privatizzazione dichiarata, rumorosa, brutale. È peggiore: una privatizzazione per consunzione. Il SSN resta in piedi come insegna, ma dentro si svuota. Le prestazioni migrano fuori. I professionisti migliori se ne vanno. Le famiglie pagano. Le liste d’attesa diventano il casello della disuguaglianza: chi può paga e passa, chi non può resta fermo. È così che muore l’universalismo. Non con un funerale di Stato, ma con una prenotazione impossibile.

Non si tratta di cacciare il privato: sarebbe ridicolo, impraticabile e spesso dannoso. Si tratta di smettere di subirlo. Serve un patto limpido. Il privato che lavora per il SSN deve rispettare regole pubbliche effettive: stessi standard, stessi dati, stessi controlli, pari obblighi di trasparenza sugli esiti, identica responsabilità nei percorsi. Non può prendersi solo la parte facile, remunerativa, programmabile, lasciando al pubblico urgenze, complessità, cronicità, fragilità e fallimenti. Il pubblico non deve comprare prestazioni “a chilo”. Deve acquistare salute prodotta. Non basta dire: abbiamo effettuato mille visite. Bisogna chiedere: hanno risolto qualcosa? Hanno ridotto i ricoveri? Hanno evitato complicanze? Hanno accorciato i tempi di diagnosi? Hanno migliorato sopravvivenza, autonomia, qualità di vita?

La sanità del futuro non si governa contando pezzi, ma misurando percorsi. Qui il digitale è decisivo. Non come gadget da convegno, ma come strumento di potere pubblico. Agenda unica, fascicolo sanitario, interoperabilità, telemedicina, ospedale virtuale, centrali operative, cruscotti regionali, intelligenza artificiale, sistemi predittivi: tutto deve servire a sapere dove va il paziente, quanto attende, chi lo cura, quanto costa, quale esito ottiene. Senza dati, il pubblico contratta al buio. E chi contratta al buio perde sempre.

La sanità italiana non ha bisogno di una guerra santa contro il privato. Ha bisogno di una rivoluzione della governance. Occorre distinguere il privato utile da quello parassitario; chi integra da chi spolpa; chi prende in carico da chi seleziona; chi condivide dati da chi li trattiene; chi lavora per il sistema da chi lavora sul sistema. La verità è che il SSN è già ibrido. La tragedia è che non lo governiamo come tale. Continuiamo a difendere a parole una sanità pubblica che nei fatti obbliga milioni di cittadini a pagare. Continuiamo a denunciare la privatizzazione mentre la utilizziamo ogni giorno per tappare i buchi. Continuiamo a proclamare l’universalismo mentre accettiamo che l’accesso dipenda sempre più da reddito, regione, relazioni, assicurazioni, capacità di orientamento.

Il Servizio sanitario nazionale non sarà distrutto dal privato in quanto tale. Sarà distrutto dall’ipocrisia. Dalla retorica pubblica e dalla pratica privata. Dai diritti scritti e dalle agende chiuse. Dalle Case della Comunità senza comunità professionale. Dai pronto soccorso pieni e dai centri privati affollati. Dalle liste d’attesa infinite e dalle carte di credito immediate. Il privato nella sanità italiana incide già moltissimo. La scelta non è se farlo entrare: è già entrato, si è seduto, lavora, fattura, cura, sostituisce, integra, talvolta salva e talvolta approfitta. Ora bisogna decidere chi comanda. Perché se il pubblico governa, il privato può essere una leva. Se il pubblico arretra, il privato diventa il sistema. E a quel punto non avremo più un Servizio sanitario nazionale con una componente privata. Avremo una sanità privata con un residuo pubblico per chi non può permettersi altro.

 

Redazione Fedaisf

Promuovere la coesione e l’unione di tutti gli associati per consentire una visione univoca ed omogenea dei problemi professionali inerenti l’attività di informatori scientifici del farmaco.

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