Le aziende farmaceutiche si autocelebrano enunciando i grandi successi dal 2007 al 2017 per avere garanzie sulla governance. Ma dimenticano di citare i 15.000 ISF licenziati. N.d.R.

Le aziende farmaceutiche si autocelebrano enunciando i grandi successi dal 2007 al 2017 per avere garanzie sulla governance. Ma dimenticano di citare i 15.000 ISF licenziati. N.d.R.

Dieci anni di successi per la farmaceutica italiana, ora servono garanzie per investire

Tra il 2007 e il 2017 le aziende del nostro Paese hanno sfidato la crisi – incrementando ricavi, export, occupazione e ricerca. Oggi chiedono politiche adeguate per non disperdere questo patrimonio. Ecco la prima parte dell’approfondimento sul rapporto “Industria 2030” realizzato da Nomisma. Dal numero 165 del magazine. *IN COLLABORAZIONE CON RECORDATI

di Redazione Aboutpharma Online – 6 febbraio ’19

L’ industria farmaceutica a capitale italiano mostra i muscoli. Rivendica la capacità di rispondere alla crisi garantendo occupazione e sviluppo. E chiede al Paese regole certe e stabili per continuare a crescere. A supportare il monito sono i numeri del rapporto “Industria 2030” realizzato da Nomisma e presentato a gennaio a Roma. Parliamo di un’industria che in dieci hanno ha incrementato del 70% il giro d’affari, del 107% l’export e del 57% i posti di lavoro.

Le 13 italiane

Il rapporto Nomisma si basa sui dati di tredici aziende “made in Italy” aderenti a Farmindustria: Abiogen Pharma, Alfasigma, Angelini, Chiesi, Dompé, Ibn Savio, Italfarmaco, Kedrion, Mediolanum, Menarini, Molteni, Recordati e Zambon. “Aziende – sottolinea Nomisma – tipiche del nostro capitalismo farmaceutico, caratterizzate dal controllo familiare e dalla pervicace volontà di mantenere in Italia buona parte della ricerca e della produzione, nonché la principale sede legale”.

I ricavi

L’analisi mette a confronto i risultati raggiunti da queste aziende – chiamate nel report le “Fab13” – nel 2007 e nel 2017. Un decennio di successi, nonostante la crisi economica. Nel 2017 le aziende italiane hanno incassato ricavi aggregati per oltre 11 miliardi di euro contro i 6,1 miliardi del 2007 (70,3%), grazie soprattutto all’espansione dei ricavi esteri.

Export e primati

Ancora più marcata è la crescita delle esportazioni: sono aumentate del 106,9% in dieci anni e valgono 24,8 miliardi di euro, cioè il 5,8% dell’export di tutto il manifatturiero italiano. Un trend che ha portato la bilancia commerciale del settore in positivo di quasi un miliardo di euro. E il 2017 è stato l’anno in cui l’Italia ha sorpassato la Germania per la produzioni di medicinali (31,2 contro 30 miliardi di euro), conquistando la vetta. “Un primato – rileva Nomisma – a cui hanno contribuito senza dubbio le importanti multinazionali presenti in Italia, ma al contempo un successo reso possibile dagli elevati ritmi di crescita, dalla redditività, dall’innovazione e dalla capacità di internazionalizzazione di numerosi gruppi medio-grandi, aventi proprietà ed headquarter italiani”.

L’occupazione

Una delle rivendicazioni d’orgoglio delle Fab13 riguarda il contributo all’occupazione. Tra il 2007 e il 2017 le tredici aziende sono passate da 26.610 occupati a 42 mila. Di questi, 15.390 lavorano nelle sedi italiane, il 46% sono donne, l’87% diplomati o laureati. Il totale di addetti dedicati all’innovazione è superiore al 5% in tutte le imprese. Solo nel triennio 2015-2017 il numero di dipendenti in Italia è aumentato del 4,7% (circa 690 addetti). Ai dipendenti vengono messi a disposizione strumenti di valorizzazione professionale legati alla formazione e al welfare aziendale.

Le Fab13 assicurano, ad esempio, il sostegno alla previdenza integrativa nell’82% dei casi, assicurazioni per dipendenti e familiari (73%), formazione professionale e sostegno alla mobilità (64%), sostegno alle spese sanitarie (64%) e all’educazione dei figli (55%). Quantità, ma anche qualità dell’occupazione. “Vista la complessità delle produzioni, ma anche la necessaria strutturazione delle funzioni corporate presenti negli headquarter – sottolinea Nomisma – si può affermare che le Fab13 non siano soltanto un importante driver quantitativo di crescita occupazionale ma anche un potente incubatore di professionalità intellettuali e ad elevata specializzazione”. Nel 2017 quasi il 47% della forza lavoro delle Fab13 è impiegato in R&S e produzione, il 37,4% in ambito commerciale e il 15,7% ricopre funzioni corporate.

Ricerca e sviluppo

Le Fab13 sono soprattutto imprese familiari, vitali e dinamiche, più orientate all’innovazione rispetto alla media delle altre imprese manifatturiere italiane. Gli investimenti in ricerca e sviluppo sono aumentati da 542 milioni nel 2007 a 906 milioni di euro nel 2017 (+65%). Tra l’altro con una significativa accelerazione a partire dal 2014, ancora una volta quando la crisi finanziaria colpiva più duramente i Paesi industrializzati. Secondo le stime delle aziende, il dato ha superato quota un miliardo di euro nel 2018. Gli investimenti in ricerca e sviluppo hanno anche dato impulso all’indotto di nuove aziende, parchi tecnologici, partnership pubblico-private con istituzioni accademiche e centri di ricerca, startup e reti internazionali.

L’internazionalizzazione

In Italia le Fab13 hanno 28 stabilimenti produttivi in diverse regioni, soprattutto al Nord e al Centro. Ma è “internazionalizzazione” una delle parole chiave del rapporto Nomisma. “Le farmaceutiche italiane – sottolinea il report – hanno scelto di muovere i primi passi verso i mercati esteri inizialmente attraverso una semplice presenza commerciale, ma poi via via con l’acquisizione e l’apertura ex novo di intere filiali, di stabilimenti e di centri di ricerca, con una spiccata concentrazione nei Paesi occidentali, europei e americani”.

In questo caso il confronto con il passato realizzato da Nomisma guarda ancora più lontano: nel 1997 le Fab13 avevano 7 stabilimenti e 42 filiali in giro per il mondo; nel 2017 i numeri diventano rispettivamente 26 e 200. Secondo il report uno dei punti di forza che accomuna le Fab13 è proprio “l’abilità di sfruttare l’internazionalizzazione come motore di crescita, senza che questo limiti la presenza, l’impegno e la creazione di opportunità all’interno dei confini italiani”. In breve, internazionalizzare senza delocalizzare.

La resilienza

C’è un’altra parola chiave che, secondo Nomisma, si può associare ai numeri dell’industria farmaceutica italiana: è resilienza. “Mentre il mondo occidentale – sottolinea il report – era sferzato dalla crisi più severa dell’epoca industriale, le Fab13 continuavano a produrre crescita e sviluppo: nella produzione, nei fatturati, nel raggiungimento di un saldo positivo della bilancia commerciale e ancora nell’occupazione, nella ricerca e nell’incremento della presenza internazionale”.

In questi anni, tuttavia, le aziende non hanno dovuto fronteggiare soltanto la congiuntura economica. Hanno dovuto assorbire, sostiene Nomisma, altri urti, come quelli derivanti dalla “tendenza del nostro Paese a individuare nell’industria farmaceutica una variabile di aggiustamento della finanza pubblica”. Eppure le aziende hanno offerto negli anni strumenti di prevenzione e cura (i farmaci) in relazione a una domanda crescente e a costi decrescenti.

E ancora: “Nello stesso arco temporale della crisi e della contrazione della spesa farmaceutica – ricorda Nomisma – le imprese a capitale italiano hanno infatti reagito anche a un’ondata di scadenze brevettuali senza precedenti, che ha sostanzialmente trasformato in medicinali off patent, e quindi ad un prezzo di rimborso fortemente decurtato, la quasi totalità dei farmaci comunemente utilizzati per prevenire e curare le patologie più impattanti – in termini epidemiologici – sulla salute pubblica, in quanto collegate al progressivo invecchiamento della popolazione italiana”. Aree in cui proprio le aziende italiane detengono importanti quote di mercato.

Salute e prezzi contenuti

Si parla, in sostanza, di quei “farmaci maturi” di cui ci siamo occupati sul numero 164 di AboutPharma (dicembre 2018/gennaio 2019). Prodotti proposti dall’industria a costi per trattamento giornaliero estremamente contenuti e con livelli di rimborsabilità sempre più bassi. Tutte le molecole di questa categoria hanno perso, in rapida successione e da molto tempo, la copertura brevettuale e sono generalmente impiegate per la cura di patologie gestite a livello domiciliare dalla medicina specialistica e di base. Al calo drastico del costo-terapia rimborsato dalla sanità pubblica corrisponde un significativo aumento dei pazienti che accedono al trattamento e, quindi, il miglioramento degli standard di salute.

In generale, se consideriamo l’effetto delle riduzioni di legge e delle scadenze brevettuali, le principali molecole – che nel 2007 rappresentavano una grande quota della spesa farmaceutica territoriale – registrano nel 2017 una riduzione media del prezzo di rimborso Ssn pari al 60%, con picchi anche più alti. Ma la progressiva riduzione dei prezzi non ovviamente è correlata al livello di efficacia terapeutica. Anzi, quei “farmaci maturi” si dimostrano ancora virtuosi e confermano costantemente il loro “rendimento” per il Ssn e i pazienti.

Un ecosistema per restare

Non è un caso se, completato il bilancio sui dieci anni trascorsi, il rapporto Nomisma s’interroga sulla tenuta delle aziende protagoniste di questo contributo alla salute pubblica: “Le imprese farmaceutiche italiane hanno reagito alla perdita di copertura brevettuale, che ha abbassato i prezzi della quasi totalità dei farmaci, investendo in modo massiccio in innovazione, come ad esempio nel campo delle biotecnologie e delle terapie geniche.

Le aziende italiane – spiega Nomisma – non chiedono sostegni o incentivi ma di poter contare su un contesto di regole certe che consenta una pianificazione industriale a medio-lungo termine”. E chiedono, inoltre, la “condivisione di politiche industriali che permettano di superare le sfide di un mercato affetto da crescenti criticità produttive e commerciali indotte da minori ricavi unitari e maggiori costi operativi”. In altre parole, un ecosistema che consenta alle aziende di “restare intimamente connesse al territorio nazionale”, senza percorrere la via della delocalizzazione, intrapresa da molte (forse troppe) imprese negli ultimi vent’anni.

Governance, le aziende chiedono regole stabili e una visione strategica per il futuro

“Chiediamo che non si applichino misure pregiudiziali nei confronti di un settore che sta trainando l’economia del Paese, lo ha fatto nei momenti di crisi e continuerà a farlo”. Così Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, riassume timori e vanti della farmaceutica italiana, commentando il rapporto Nomisma. “I dieci anni passati sono stati grande segnale per un Paese che ha perso tante industrie, ma quella farmaceutica è un patrimonio che non può essere disperso”, commenta Saccabarozzi, elogiando l’industria a capitale italiano: “Questa coniuga le migliori caratteristiche della manifattura italiana (genialità e tenacia degli imprenditori, qualità dei lavoratori, legame forte con il territorio) con le migliori caratteristiche della farmaceutica in generale (internazionalizzazione, innovazione dei prodotti e dei processi, sistemi di welfare). Parliamo di ‘campioni’ dell’internazionalizzazione, che hanno avuto la capacità di rivolgersi ad altri mercati mantenendo e rafforzando la loro localizzazione in Italia”.

Tutta l’industria farmaceutica presente nel nostro Paese merita per Scaccabarozzi molta attenzione da parte delle istituzioni: “Cominciamo a vedere alcuni segnali di debolezza, negli ultimi sei mesi non cresciamo come crescevamo prima. Mi auguro che ci sia un dialogo importante che consideri la sostenibilità, ma faccia comprendere che noi diamo al Paese più di quello che prendiamo. Manovre come quella che è stata annunciata, con l’equivalenza terapeutica e ‘tutti i farmaci sono uguali’, sono manovre che non produrranno risparmi. Si farà solo del male a un’industria che sostiene la salute dei cittadini. Ma il ministro della Salute ha detto che il documento sulla governance è d’indirizzo. Quindi parliamone – conclude Scaccabarozzi – noi siamo pronti a confrontarci”.

Stabilità cercasi

Le aziende chiedono soprattutto regole certe e stabili, politiche in grado di coniugare la sostenibilità del Ssn e del fare impresa in questo settore. “Il nostro – spiega Lucia Aleotti, presidente di Menarini – è un settore industriale ad alta tecnologia che necessità di un’attenzione particolare. Abbiamo bisogno soprattutto di stabilità. Il nostro cliente principale è lo Stato, il nostro Servizio sanitario nazionale. Un po’ di allarme nasce se si ascoltano dichiarazioni che annunciano cambiamenti per la rimborsabilità di farmaci prodotti negli stabilimenti italiani. Noi aziende a capitale italiano – ricorda Aleotti – abbiamo 28 stabilimenti in Italia. È importante che questi stabilimenti restino competitivi. Vogliamo continuare a crescere e a dare occupazione e ricchezza. Per farlo abbiamo bisogno che il Ssn non penalizzi le nostre imprese”.

Lunghi cicli di ricerca clinica

La preoccupazione è condivisa da Sergio Dompé, presidente e Ceo dell’omonimo gruppo farmaceutico: “La nostra industria è un patrimonio importante, ma è una macchina complicata. Il rallentamento che è stato avvistato ultimamente mi fa molta paura. I nostri tempi sono molto più lenti: il nostro settore è fatto da cicli di 12 anni per arrivare alla commercializzazione reale di un prodotto. Quando vediamo un segnale di rallentamento come questo, dopo tutto quello che abbiamo fatto, dobbiamo essere preoccupati. Abbiamo bisogno di politiche coerenti e di visioni per settori, come il nostro, che spingono su capacità innovativa, capacità industriale e rapporto con il territorio”.

Visioni a lungo termine

Secondo Alberto Chiesi, presidente di Chiesi Farmaceutici, i “tempi lunghi” citati da Sergio Dompé impongono “una visione di lungo termine” dell’attività aziendale, che a sua volta richiede “una ragionevole stabilità del sistema” in cui le imprese operano. “Tra 2013 e 2018 – sottolinea Chiesi – è stato possibile raddoppiare investimenti grazie alla stabilità nel Paese, che è un forte stimolo a investire”. Investimenti indispensabili “in un contesto di forte competizione internazionale”, considerato che proprio l’internazionalizzazione “è stata un’arma vincente delle aziende italiane”. Francesco De Santis, presidente di Italfarmaco, auspica “regole stabili che permettano alle aziende di pianificare e crescere” ed esprime diversi timori.

La diatriba sull’equivalenza terapeutica

“È giusto che il nostro settore sia ben regolamentato. Ma non possiamo nascondere una forte preoccupazione. Sono stati fatti annunci sul tema dell’equivalenza terapeutica che rischiano di azzerare ogni potenziale passo avanti della cosiddetta innovazione incrementale. Innovazione – conclude De Santis – che tanto ha dato e ancora può dare, in termini di benefici clinici e di qualità della vita, a un sistema sanitario universalistico”. Ed è la capacità di innovare che, secondo il presidente di Alfasigma, Stefano Golinelli, ha consentito il successo delle aziende italiane sui mercati internazionali: “La nostra è una storia di successo per il Paese. Vogliamo che anche i prossimi dieci anni siano un successo. Noi li affronteremo con grande passione”, promette Golinelli. “Speriamo che ci assicurino le condizioni giuste” è il monito finale.

Notizie correlate: Rapporto Nomisma Industria 2030

Indicatori farmaceutici luglio 2018

Persi 13400 posti di lavoro in sette anni. Il sindacato tra incudine e martello

Dal 2007 al 2017 la manifattura italiana ha perso il 18% del valore della produzione. Negli stessi anni l’industria farmaceutica è aumentate del +107% (N.d.R.: licenziando 15000 ISF)

ISTAT. Fabbricazione di prodotti farmaceutici di base e di preparati farmaceutici 2006-2018

Produzione prodotti farmaceutici 21

N.d.R.: Ottimi risultati! Peccato che non venga detto tutto. Vorremmo ricordare a Nomisma e ai suoi committenti che non sono tutte rose e fiori, soprattutto quando si parla di occupazione. Diremo che la farmaceutica rappresenta, su questo fronte, uno degli esempi più vergognosi. A fronte di un incremento di valore, fra il 2007 ed il 2017, del 107% (quando il resto dell’industria italiana perdeva il 18%) e un aumentare di valore della produzione del +24% [fonte I-com], ha licenziato 15.000 Informatori Scientifici del Farmaco sfruttando e impoverendo inoltre le risorse dello stato con la cassa integrazione. Una vergogna assoluta passata nell’indifferenza e ignorata da tutti. Se questo è il modello virtuoso, siamo spacciati!

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