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NOVARTIS E LE BIG PHARMA RIVEDONO I PIANI IN ITALIA

Fiaccate dal boom dei farmaci generici e dai costi crescenti della ricerca, le big pharma sono a dieta di utili. 

Niente di allarmante, ma certo non è più il tempo in cui i profitti crescevano regolarmente del 15 o 20% l’anno, se è vero che nell’u timo trimestre del 2007 la svizzera Novartis ha registrato il crollo dell’utile netto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (-4% nei 12 mesi). Una performance che potrebbe impattare sulla p duzione farmaceutica europea, a rischio delocalizzazione in assenza di politiche di sostegno allo sviluppo. Questo, almeno, è il parere di Joe Jimenez, uomo nuovo del settore chiamato da pochi mesi a capo dell’area farmaceutica di Novartis proprio in forza della sua esperienza in campi a bassa marginalità. Jimenez è numero due in pectore del gruppo guidato da Daniel Vasella, e non ha timore di parlare di rischio migrazione in Asia per le produzioni industriali ma anche di novità dirompenti, come il rimborso al servizio sanitaro nazionale del costo dei farmaci se questi, al termine del ciclo di cure, dovessero rivelarsi inefficaci. È una rivoluzione copernicana, quella del «no cure, no pay», che Novartis sta spentando in Inghilterra con farmaco contro la pressioe arteriosa ma che potrebbe essere estesa al resto del continente. «Nel settore farmaceutico non è stata sviluppata quell’attenzione ai costi obbligatoria in attività dove la marginalità è all’osso», spiega Jimenez. «È tempo di cambiare». L’impatto del nuovo approccio sull’Europa? «Continueremo a investire per sviluppare l’esistente, ma di nuovi stabilimenti farmaceutici non se ne parla. Gli investimenti che stiamo facendo in Cina e a Singapore hanno la prospettiva di servire il mercato asiatico, ma se i Paesi europei non adottano politiche attive per trattenere la produzione industriale, il rischio di un trasferimento totale è reale», sostiene. Quel che Jimenez non può dire, perché l’area vaccini non è di sua competenza, è che l’attenzione di Novartis ai costi e all’esistenza di condizioni favorevoli per lo sviluppo potrebbe colpire duramente l’Italia, dove il gruppo fattura complessivamente 1,35 miliardi (574 milioni le vendite di farmaci sul mercato italiano, il resto con produzioni esportate) con 3.900 dipendenti nei centri produttivi di Torre Annunziata (farmaceutica), Rovereto (generici) e Siena (vaccini). Ed è proprio il polo di Siena, che ha oggi valenza globale non solo per Novartis ( articolo in basso ( ) o e che assieme alla vicina fabrica di Rosia dà lavoro a circa 1.600 persone, 350 dei quali ricercatori, a rischiare uno stop nello sviluppo a favore di un non meglio specificato Paese asiatico. I vaccini sono l’unico settore in cui la cre- scita è tumultuosa e per questo Novartis ha in programma la realizzazione di una nuova fabbrica: 600 milioni di investimento e un migliaio di nuovi posti di lavoro, incluso l’indotto. Dopo l’incontro dello scorso ottobre tra Vasella e l’ex premier Romano Prodi, la scelta di Siena era data pressocché per acquisita. C’erano impegni del governo a supporto del settore. Soprattutto c’era la promessa del lancio del Piano delle scienze e della vita, in fase di elaborazione al ministero dello Sviluppo economico: uno strumento per sostenere innovazione e ricerca simile a quello di cui si sono già dotati Paesi come Francia e Germania e che ora, con la caduta del governo, resta nel limbo. «La situazione si è complicata», afferma Marco Venturelli, country president di Novartis per l’Italia, che spiega: «Nel de-cidere dove investire, una multinazionale considera la situazione complessiva. I punti di forza dell’Italia sono il knowhow esistente a Siena e un buon livello di personale che esce

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