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Giallo sulla cura di Ebola “Esiste un siero segreto”

Il composto è un «anticorpo monoclonale di tre topi»: per ottenerlo, i ratti sono stati esposti a frammenti del virus Ebola. Secondo la Cnn si tratta di un farmaco testato, sinora, solo sulle scimmie Il medico ricoverato ad Atlanta, dopo la somministrazione, è migliorato

Valeria Robecco – Mar, 05/08/2014 – Il Giornale.it

New York – È racchiuso in tre fiale di un siero sperimentale top secret l’estremo tentativo di salvare i due medici missionari americani colpiti dal virus Ebola in Liberia: a rivelarlo la rete televisiva «Cnn», secondo cui Kent Brantly, il medico arrivato sabato negli Usa e ricoverato all’Emory University Hospital di Atlanta, è stato il primo a ricevere il nuovo ritrovato chiamato «Zmapp».

Il siero, prodotto in America dalla azienda di biotecnologie Mapp Biopharmaceutical Inc., non era mai stato usato prima sugli esseri umani, ma ha permesso di ottenere risultati promettenti negli esperimenti effettuati sulle scimmie. Secondo le fonti citate da Cnn, il composto è un «anticorpo monoclonale di tre topi»: per ottenerlo, i ratti sono stati esposti a frammenti del virus Ebola, e gli anticorpi formatisi in risposta nel loro sangue sono stati successivamente raccolti per mettere a punto il farmaco che dovrebbe impedire l’ingresso del virus nell’organismo e di infettare nuove cellule. Le fiale del siero segreto sono state trasportate dagli Usa all’ospedale in Liberia dove i due medici erano in cura giovedì mattina, e secondo gli esperti, già dopo un’ora dalla somministrazione, le condizioni di Brantly sarebbero migliorate notevolmente, tanto che il risultato è stato definito da uno dei dottori «miracoloso». Lo ZMapp, oltre a non essere stato approvato per l’uso sulle persone, non era finora nemmeno passato attraverso la sperimentazione clinica, pratica standard per dimostrare la sicurezza e l’efficacia di una medicina.Iil processo grazie al quale è stato inoculato ai due missionari infettati potrebbe essere basato sulla norma chiamata «compassionate use» (uso compassionevole) della Food and Drug Administration, la quale permette in casi eccezionali l’accesso a farmaci sperimentali anche al di fuori dei test clinici. Nel frattempo, come riporta la Cnn, visti i «risultati promettenti» il 30 luglio la Defense Threat Reduction Agency, agenzia delle Forze Armate responsabile per le minacce chimiche, biologiche e nucleari, ha approvato nuovi finanziamenti per la Mapp Biopharmaceutical. La sieroterapia che sta facendo migliorare Brantley «è un approccio che si usa da sempre: pensiamo al siero anti-vipera – ha spiegato Stefano Vella, direttore del Dipartimento del farmaco dell’Istituto superiore di sanità (Iss) – e permette di sfruttare gli anticorpi delle persone guarite per combattere la malattia». «Ebola è una malattia orfana – ha aggiunto – è molto rara, e alle case farmaceutiche non conviene investire nella ricerca. Gli unici che possono farlo sono gli istituti pubblici». Se le condizioni di Brantly continuano a migliorare, tuttavia, un frate medico di Lagos, che aveva contratto il virus due settimane fa, è morto. Si chiamava Patrick Nshamdze ed era direttore del Saint Joseph’s Catholic hospital a Monrovia, in Liberia. Il sacerdote, che aveva preso i voti nella chiesa dell’Isola Tiberina di Roma, aveva 52 anni.

Intanto, mentre alla Casa Bianca è iniziato il summit Usa-Africa con i leader africani e le loro delegazioni, il direttore del Centers for Disease Control and Prevention, Thomas Frieden, ha annunciato che gli Stati Uniti stanno inviando nell’Africa occidentale 50 esperti per aiutare a combattere il focolaio della malattia. «La cosa più importante che possiamo fare per proteggere gli americani è quella di fermare il virus alla fonte», ha detto Frieden, sottolineando: «Si tratta della la più grande e complessa epidemia di Ebola della storia. Serviranno mesi, non sarà’ facile, ma il virus puo’ essere fermato»

Casa farmaceutica pronta a fornire medicinale anti Ebola

WSI | Pubblicato il 05 agosto 2014

Test erano stati interrotti a causa dei tagli ai finanziamenti. Ma ora con l’epidemia tutto è cambiato. Banca Mondiale stanzia $200 milioni.

NEW YORK (WSI) – La Sarepta Therapeutics (SRPT), casa farmaceutica americana, è pronta a fornire il suo farmaco contro l’Ebola, qualora il governo degli Stati Uniti lo richiedesse.
Famosa per l’eteplirsen, un farmaco per la distrofia muscolare, in passato, come riporta Barrons, avevano messo a punto un trattamento specifico per l’Ebola che aveva avuto successo, nella lotta contro la malattia, nei primati.
Lo sviluppo del farmaco però si era fermato due anni più tardi, quando finirono i finanziamenti da parte del governo, ma Sarepta ancora oggi ne possiede abbastanza per il trattamento su poche decine di pazienti. Inoltre avrebbe mostrato tassi di sopravvivenza del 60% al 80% nei primati.
L’amministratore delegato di Sarepta, Chris Garabedian, ha dichiarato: “Il nostro programma era stato interrotto a causa dei tagli nel bilancio. Siamo comunque incoraggiati dai dati che abbiamo elaborato dopo i test sui primati non umani”.
Il farmaco in questione sarebbe progettato per combattere l’Ebola legandosi all’RNA del virus esopprimendo la replicazione virale. Sarepta ritiene che questo trattamento permetterebbe al sistema immunitario, di una persona infetta, di riuscire a difendersi sconfiggendo il virus. L’Ebola agisce in modo estremamente rapido e può sopraffare il sistema immunitario umano, portandolo alla morte.
Intanto la Banca mondiale ha deciso di stanziare 200 milioni di dollari per aiutare Guinea, Liberia e Sierra Leone nel loro tentativo di contenere l’epidemia di ebola: è quanto si legge in un comunicato emesso da Washington.
Il presidente della Banca mondiale, Jim Yong Kim, ha espresso la sua preoccupazione affermando che “numerose vite saranno in pericolo se non si riuscirà a fermare l’epidemia di ebola”.
La decisione formale sullo stanziamento di questo contributo sarà annunciata a fine settimana, ha spiegato il vice presidente della Banca Mondiale con delega per l’Africa, Makhtar Diop.
La febbre emorragica ha già ucciso 887 persone nell’Africa dell’Ovest, secondo l’ultimo bilancio dell’Organizzazione mondiale della Sanità.
(TMNews)

Sei motivi per non temere Ebola (e uno per temerla)

La Lega chiede la quarantena preventiva per gli immigrati, ma preoccuparsi per noi ha poco senso.
Il Mount Sinai Hospital di Manhattan in cui è ricoverato il presunto paziente statunitense infetto dal virus Ebola (Eric Thayer/Getty Images)

Il Mount Sinai Hospital di Manhattan in cui è ricoverato il presunto paziente statunitense infetto dal virus Ebola (Eric Thayer/Getty Images)

 «Una quarantena preventiva nei centri di accoglienza per i clandestini» come misura preventiva per evitare che il virus Ebola si diffonda in Italia: questa la richiesta che il vice capogruppo della Lega Nord Fabio Rolfi presenteràall’Assessore regionale alla sanità Mantovani. Una richiesta che – se valgono qualcosa le opinioni raccolte per strada – incontrerebbe il favore della vox populi, che più passano i giorni, più appare terrorizzata dall’ipotesi che i telegiornali possano aprire, un giorno, con la notizia che il virus ha attraversato il Mediterraneo.

A spaventare, ovviamente, è il fatto che questa epidemia di Ebola sia diversa da tutte le altre: molto più aggressiva, in primis, con tassi di mortalità dei contagiati attorno al 90%, ma anche molto più diffusa sul territorio e più difficile da arginare. Le ultime notizie, ad esempio, parlano di una seconda persona contagiata inNigeria, il paese più popoloso dell’Africa. Sarebbe il quarto dopo Guinea, Liberia e Sierra Leone.

Al netto di tutto questo, c’è davvero da temere per la nostra salute? E i migranti sono davvero gli untori della «nuova peste»? La risposta alla domanda che già molti organi d’informazione mondiali hanno rivolto a medici e scienziati è univoca: no, l’Occidente, e più in generale i paesi sviluppati non sono a rischio epidemia. Le motivazioni che adducono si possono sintetizzare in sei macro-risposte. Queste:

1. Perchè chi ha l’Ebola, di solito, non viaggia

Cominciamo dalla risposta più banale. Provate voi a viaggiare nelle condizioni in cui viaggiano i migranti con febbre alta improvvisa, estrema debolezza, dolori muscolari diffusi, solo per citare i sintomi più leggeri della malattia. Chiunque si trovi in queste condizioni, cerca un letto, non una strada. E se, per assurdo, viaggiasse, come talvolta accade, cercherebbe magari soccorso a casa di famigliari o amici, non certo in Italia o in un altro paese europeo. Per questo è molto difficile che arrivino migranti infetti a Lampedusa, tanto più che i sintomi – seppur generici – si manifestano prima della fase in cui la malattia diventa contagiosa.

 

Guanti di lattice ad asciugare al sole al centro per le vittime di Ebola, a Guekedou, in Guinea (SEYLLOU/AFP/Getty Images)

2. Perché Africa e Occidente sono due cose diverse

Guardate questo grafico, pubblicato da Vox.com, che mette in fila le principali cause di morte in Africa. Quella là in alto, la prima, è l’Aids. Quella là in basso, l’ultima, è l’Ebola.

Principali malattie causa di morte in Africa

Per guardare questo grafico (e altri) in versione ingrandita, clicca qui

È possibile che questa epidemia cambi un po’ questa classifica del 2013, ma non è questo il punto: come mai siamo preoccupati per la possibile diffusione dell’ebola nel nostro paese e non ci terrorizza, ad esempio, che i migranti che varcano i nostri confini non siano sieropositivi? In fondo, le probabilità sono molto maggiori, no? Molto banalmente, perché quella che è la più grande emergenza sanitaria africana degli ultimi vent’anni, in Europa non è nemmeno classificabile come causa di morte. Perché Aids e Ebola, in Africa, sono due malattie che diventano mortali perché si trascurano – molto spesso perché è impossibile non farlo – le poche e basilari norme igieniche necessarie ad evitare il contagio. In occidente questo non è accaduto con l’Aids e non accadrebbe con l’Ebola.

 

3. Perché contrarre l’Ebola è difficile

Ok, il virus Ebola, soprattutto il ceppo dello Zaire, è particolarmente aggressivo e, perlomeno all’inizio dell’infezione, di difficile diagnosi. Tuttavia, come ricorda il Guardian,  per ammalarsi è necessario il contatto con i fluidi corporei di una persona infetta: l’Ebola, in altre parole, non si diffonde nell’aria come un raffreddore o un virus influenzale. Per assurdo, potreste stare seduti a fianco di un malato in aereo, o sull’autobus anche per qualche ora. E se indossaste una mascherina su naso e bocca potreste anche farvi tossire e starnutire in faccia. Se non c’è contatto tra i fluidi, non c’è contagio. Immagino la Sierra Leone non sia tra le vostre prossime mete turistiche, ma come spiega bene Giovanni Maga, virologo del CNR, intervistato quindici giorni fa dal blog Scienficast, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, fino a qualche settimana fa, non aveva disposto «nessuna restrizione nei viaggi anche nelle aree interessate dall’epidemia» in quanto «il rischio di contrarre il virus semplicemente per essere presenti nell’area di contagio è bassissimo». Anche realtà leader nel risk management come Marsh hanno stilato un vademecum per le aziende che hanno dipendenti nei paesi in cui l’epidemia si è manifestata, in cui si raccomanda «di prestare la massima attenzione all’igiene e di evitare il contatto con persone malate di Ebola e con la fauna selvatica», non certo di girare con lo scafandro addosso.

4. Perché è (anche) una questione culturale

L’incubazione dell’Ebola è relativamente breve e dura dai 2 ai 21 giorni. Peraltro, nel periodo di incubazione, non è contagiosa. Il problema, piuttosto, è che le persone infette rimangono contagiose anche da morte. I cadaveri andrebbero cremati, insomma, come già il governo liberiano ha da poco disposto, o comunque trattati con tutte le cautele del caso. Tuttavia, nell’Africa subsahariana pratiche di questo tipo non sono accettate e sovente i famigliari si occupano di lavare i corpi dei cadaveri dal loro stesso sangue (ricordiamolo, anche se non è bello: ebola causa pesanti emorragie esterne) aumentando esponenzialmente le possibilità di contagio. In occidente, questa causa di contagio, una delle principali, non sussisterebbe.

5. Perché abbiamo le strutture per isolare i malati

Non solo: anche la pratica di occuparsi a casa propria dei malati, senza portarli nelle strutture ospedaliere preposte – pare che nei paesi colpiti dall’epidemia si stia pure diffondendo la leggenda che siano stati i medici occidentali a diffondere il virus – aumenta del 10/20% la possibilità di contagio. A New York, è bastato che una persona tornasse dall’Africa Occidentale con sintomi gastrointestinali, perché fosse messa in isolamento all’interno dell’ospedale Mount Sinai di Manhattan con tanto di cordoni di emergenza e tute da catastrofe atomica.

6. Perché se l’Ebola arriva in Occidente, l’industria farmaceutica si sveglia

Questo è un punto controverso, ma molto importante: come ha dimostrato Vox.com, fino ad oggi la ricerca medica ha speso molti più soldi per curare la calvizie e la disfunzione erettile che per trovare una cura all’Ebola. Non è un frase a effetto moralista, ma la semplice attestazione della realtà: quando più del 60% della ricerca medica è in mano a industrie private è fisiologico che sia così, che i soldi seguano la domanda. Piaccia o meno, i cittadini dell’Africa subsahariana non sono domanda, quelli degli Usa o dei paesi europei sì. Peraltro, è bastato che due cittadini statunitensi fossero risultati infetti perché spuntasse un siero, lo Zmapp, sviluppato dalla Biotech Mapp Biopharmaceutical, ma mai sperimentato prima sull’uomo. Siero che, anche se è presto dirlo, sembra stia dando risultati positivi sui due pazienti. Peraltro, c’è pure un vaccino sperimentale che comincerà a essere testato sull’uomo tra qualche settimana e che sta dando risultati incoraggianti nei test sui primati.

Perché temere Ebola, allora, se per noi occidentali non c’è alcun rischio di pandemia?

Perché rimanere indifferenti a malattie della povertà come ebola e l’Hiv solo perché non ci riguardano è qualcosa che, presto o tardi, potremo pagare a caro prezzo. Ad esempio, con la destabilizzazione di un’area come quella dell’Africa Occidentale e in particolare di un paese già attraversato da forti sentimenti anti-occidentali come la Nigeria. O ancora, con l’incremento della povertà dei paesi colpiti dall’epidemia – in Liberia molti campi sono stati abbandonati – che, ancorché sane, spingerebbe molte persone a premere sui nostri confini. Sia chiaro, vale anche a posteriori per epidemie ben più gravi di ebola come l’Aids. Ben vengano, quindi i 200 milioni di dollari stanziati dalla Banca Mondiale o i gli aiuti dell’Unione Europea per cercare di aiutare la popolazione locale ad arginare l’epidemia. Tanti o pochi che siano, sono sicuramente più utili delle quarantene forzate.

Redazione Fedaisf

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