Penuria di farmaci, problema complesso

Penuria di farmaci, problema complesso

14 GIU – Non è solo l’Italia a dover affrontare il fenomeno delle improvvise carenze di farmaci. Anzi, per molti aspetti, come si vedrà, è un fenomeno ubiquitario, che non risparmia neppure gli Stati Uniti, paese che almeno in fatto di produzione farmaceutica può esibire una potenza di fuoco notevole. Il caso della Francia è per molti aspetti un ottimo esempio. I numeri: secondo un’indagine condotta dall’USPO (uno dei tre sindacati dei titolari di farmacia) nell’arco di un mese (febbraio- marzo 2011), 9 farmacisti su 10 hanno riscontrato un intensificarsi delle rotture di stock e 7 su 10 hanno dichiarato di aver avuto questo problema almeno una volta la settimana. In tre mesi, comunque, sono stati segnalati all’USPO 880 casi differenti. Tanti, troppi secondo il sindacato.

I numeri ci sono, dunque, ma l’interpretazione ovviamente varia a seconda dell’interlocutore. Le aziende produttrici, riferiscono i giornali, attribuiscono la responsabilità all’attività di esportazione parallela condotta dai distributori intermedi. In effetti, per molte specialità ancora coperte da brevetto, la Francia presenta prezzi più bassi del 15% rispetto ad altri paesi europei. Di qui l’imposizione, da parte di alcuni produttori, di un contingentamento delle forniture ai grossisti di alcuni prodotti. Per la verità, quella di limitare le forniture non è una misura volta solo al contrasto dell’esportazione parallela: per alcuni medicinali sarebbe reso necessario anche dal forte consumo, superiore al fabbisogno stimato e, come ha spiegato al Quotidien du Pharmacien un rappresentante dell’industria che ha preferito restare anonimo, “le aziende non hanno una capacità produttiva illimitata”.

Naturalmente, la distribuzione intermedia non ci sta a prendersi tutte le colpe. Claude Castells, presidente dell’associazione di categoria CSRP, comincia con il negare che di vere rotture di stock si tratti, dal momento che nell’arco delle 24 ore vengono colmate con consegne straordinarie (e per la verità le aziende si vantano di aver messo a punto un sistema di consegna di emergenza volto a tamponare le carenze). Secondo la CSRP sarebbe semmai il contingentamento a creare il problema. Alcuni osservatori, peraltro, fanno notare che la scelta delle quote, a sua volta, non sarebbe innocente, ma semmai funzionale a imporre un cambiamento della distribuzione. Lo proverebbe per esempio la proposta della Roche di limitare la distribuzione di alcuni medicinali particolarmente impegnativi (biotecnologici molto costosi o strettamente dipendenti dalla catena del freddo) a un numero chiuso di operatori. Una proposta che richiama la scelta di altre case, per esempio in Gran Bretagna, di avere un distributore in esclusiva, come Pfizer ha fatto per prima scegliendo UniChem come unico partner logistico nel 2007. E nella prospettiva c’è lo schema DTP (direct to pharmacy), cioè la distribuzione diretta alle farmacie, un primo passo nell’integrazione verticale su cui già nel 2007 l’Office for Fair Trading britannico (l’equivalente dell’ Antitrust) aveva giudicato con molta cautela nei suoi effetti sulla farmacia e sul cittadino.

Un mercato globale con problemi locali

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