
Riceviamo e pubblichiamo un articolo che ci ha inviato Bruno Pepi, operatore specializzato nel settore farmaceutico
Il pezzo propone una riflessione sul crescente scarto tra innovazione terapeutica e prevenzione reale, prendendo come caso emblematico l’obesità — con dati ISTAT, CEIS/Tor Vergata e Auxologico IRCCS aggiornati al 2026 — il boom dei farmaci GLP-1 e il rischio di un modello sanitario sempre più efficace nel trattare le conseguenze e sempre meno incisivo nel rimuoverne le cause.
L’articolo è scritto dal punto di vista di chi lavora nel settore farmaceutico e osserva dall’interno alcune contraddizioni tra cultura della salute, organizzazione del lavoro e sviluppo del mercato terapeutico. L’Autore ha cercato di mantenere un taglio analitico, documentato e coerente con i temi di interesse del comparto.
Il paradosso del XXIo secolo: curiamo tutto, preveniamo niente
di Bruno Pepi
Operatore specializzato, settore farmaceutico
C’è un numero che dovrebbe far riflettere l’intero settore farmaceutico: 13,34 miliardi di euro. È il costo annuo dell’obesità per il sistema sanitario italiano, pari allo 0,8% del PIL. Di questi, oltre 6,6 miliardi se ne
vanno solo per le malattie cardiovascolari correlate, con tassi di riospedalizzazione che superano il 50% a tre anni nei pazienti obesi. Sono dati del CEIS dell’Università di Roma Tor Vergata, presentati nel febbraio 2026. Non proiezioni. Fatti.
Eppure viviamo nell’epoca della medicina più avanzata della storia. Terapie mirate, farmaci biologici, intelligenza artificiale applicata alla diagnosi. Mai come oggi il sistema salute ha avuto strumenti così sofisticati. E mai come oggi gli indicatori di salute metabolica e di eccesso ponderale hanno continuato a peggiorare.
I numeri di un fallimento silenzioso
Secondo i dati ISTAT 2023, ripresi nell’Italian Barometer Obesity Report 2024/2025, il 46,3% degli adulti italiani convive con un eccesso ponderale: 36,1% in sovrappeso, 11,8% obesi. Parliamo di oltre 23 milioni di persone. L’obesità è cresciuta del 30% in vent’anni — dal 9% del 2003 all’11,8% attuale — e l’incremento, come sottolineano i ricercatori ISTAT, resta significativo anche depurandolo dall’invecchiamento della popolazione.
Il dato più preoccupante riguarda i giovani: nella fascia 20-24 anni, il 21,6% dei nati nei primi anni Duemila presenta eccesso di peso, contro il 13,4% di chi è nato negli anni Sessanta. E nel frattempo il consumo quotidiano di frutta e verdura è sceso dal 94% del 1994 al 78,2% del 2024. Trent’anni di campagne di educazione alimentare, e il risultato è questo.
Il boom dei GLP-1: innovazione o conferma del paradosso?
In questo scenario si inserisce il fenomeno più significativo del mercato farmaceutico mondiale degli ultimi anni: gli agonisti del recettore GLP-1. Ozempic, Wegovy, Mounjaro — nomi che ormai conoscono anche i non addetti ai lavori.
I numeri sono impressionanti. Nel 2024 il mercato globale dei farmaci GLP-1 si è mosso su valori dell’ordine di decine di miliardi di dollari, con tassi di crescita annui straordinari. Le proiezioni parlano di un mercato da 100 miliardi di dollari entro la fine del decennio. In Italia, l’AIFA ha registrato nel 2024 un aumento del 78,7% nelle vendite di questi farmaci con ricetta bianca. Eli Lilly sta spingendo sull’orale con orforglipron, candidato di punta per il 2026 sul fronte regolatorio, mentre Novo Nordisk ha già avviato negli Stati Uniti la commercializzazione della pillola di Wegovy, con un prezzo tra i 150 e i 300 dollari al mese contro i 1.000 della pennina iniettabile.
Sono farmaci che funzionano: perdita di peso significativa, miglioramento del profilo glicemico, riduzione del rischio cardiovascolare del 20% secondo il trial SELECT. Il CEIS stima risparmi potenziali fino a 550 milioni di euro in due anni grazie alla riduzione delle riospedalizzazioni cardiovascolari.
Ma proprio qui sta il paradosso. Stiamo investendo miliardi per correggere farmacologicamente una condizione che — nella maggior parte dei casi — è il prodotto di un sistema che la genera. Non parliamo di una malattia che arriva dall’esterno: parliamo di una malattia che il nostro modo di vivere, lavorare e alimentarci produce sistematicamente.
Il punto cieco: chi produce salute, a che condizioni lavora?
Ed è qui che entra un tema che raramente viene affrontato. Non nelle pubblicazioni scientifiche, non nei report delle aziende, non nei convegni. Ma chi lavora nel settore farmaceutico lo vede ogni giorno.
In molte realtà produttive — anche ad alta specializzazione — le condizioni di lavoro restano strutturalmente poco compatibili con una vera tutela della salute. Turni prolungati, esposizione a posture obbligate, ritmi cadenzati dalla produzione, pause spesso compresse dalla pressione organizzativa.
Chi lavora in confezionamento o in produzione lo sa: il corpo è sottoposto a uno stress biomeccanico costante, anno dopo anno. Le restrizioni dei medici competenti si accumulano — prima le limitazioni posturali, poi i limiti di carico, poi il divieto di certe mansioni — ma la realtà operativa, non di rado, resta la stessa.
È un paradosso nel paradosso: l’industria che produce farmaci per curare le conseguenze della sedentarietà e dello stress metabolico è la stessa che, in molti casi, espone i propri lavoratori a condizioni che quelle patologie le favoriscono. Non per malafede, ma per un modello organizzativo che mette la produzione al centro e la salute del lavoratore ai margini.
Questo non emerge nei bilanci di sostenibilità. Non compare nei report ESG. Ma chi sta dentro il sistema lo vede. E se ne porta le conseguenze.
Il modello farmaco-centrico: curare senza prevenire
Il quadro più ampio è noto: il nostro sistema sanitario è sempre più efficiente nel trattamento delle patologie croniche, e sempre meno efficace nel prevenirle. L’OCSE stima che, in media, i Paesi membri arriveranno a destinare circa l’8,4% della spesa sanitaria al trattamento delle patologie legate al sovrappeso e all’obesità entro il 2050.
Eppure in Italia, ad oggi, solo sei Regioni hanno approvato un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) specifico per l’obesità. La prevenzione strutturale — quella che agisce sull’ambiente, sulle condizioni di lavoro, sull’organizzazione della vita quotidiana — resta un tema da convegni. Nella pratica, il sistema funziona ancora prevalentemente in modalità reattiva: il paziente si ammala, il sistema interviene.
In questo contesto, i farmaci GLP-1 rischiano di diventare l’emblema del modello: una risposta farmacologica brillante a un problema sistemico irrisolto. Non perché i farmaci siano inutili — al contrario, rappresentano un’innovazione clinica reale. Ma perché il successo commerciale di una categoria terapeutica non dovrebbe farci dimenticare la domanda di fondo: perché ne abbiamo bisogno in questa scala?
Il ruolo possibile degli ISF
In questo scenario, c’è uno spazio che gli Informatori Scientifici del Farmaco potrebbero occupare in modo
più consapevole. Non si tratta di rinnegare il proprio ruolo — che è quello di portare informazione qualificata al medico — ma di riconoscere che quel ruolo si inserisce in un sistema che ha un problema strutturale.
L’ISF è il punto di contatto tra l’innovazione terapeutica e la realtà clinica. Può essere — e in molti casi già lo è — un promotore di cultura sanitaria, non solo un veicolo di informazione commerciale. Ma perché questo accada, serve che anche le aziende riconoscano la dimensione del problema. Non basta produrre il farmaco che cura l’obesità: bisogna chiedersi se l’ambiente in cui quel farmaco viene prodotto, promosso e distribuito contribuisce a creare le condizioni che rendono quel farmaco necessario.
La domanda che resta
La vera questione non è se i farmaci GLP-1 funzionano. Funzionano, e i dati lo confermano.
La domanda è un’altra, e riguarda tutti — industria, sistema sanitario, istituzioni, lavoratori: possiamo permetterci un modello che investe miliardi per curare le conseguenze e quasi nulla per eliminare le cause?
Perché continuare così significa una cosa sola: un sistema sanitario sempre più avanzato al servizio di una popolazione sempre meno sana. E un’industria farmaceutica che rischia di trarre vantaggio da un modello
che corregge le conseguenze più di quanto rimuova le cause.
Il 10° Rapporto sull’Obesità in Italia, curato dall’Auxologico IRCCS, conferma che dati e competenze non mancano. Quello che manca è la volontà di cambiare un modello che, per qualcuno, funziona fin troppo bene così com’è.
Non è un’accusa. È una constatazione. E la constatazione è il primo passo per cambiare.
Bruno Pepi è operatore specializzato nel settore farmaceutico e RSA ALLCA CUB.
Ha pubblicato articoli di analisi settoriale per FEDAIISF.
Fonti:
– ISTAT, Indagine “Aspetti della vita quotidiana” 2023
– Italian Barometer Obesity Report 2024/2025 (IBDO Foundation)
– CEIS Università di Roma Tor Vergata, Studio epidemiologico-economico MACE e obesità (2026)
– AIFA, dati vendite farmaci GLP-1 anno 2024
– Auxologico IRCCS, 10° Rapporto sull’Obesità in Italia (2026)
– Evaluate Pharma, Report “2025 Preview”




