Modena, scandalo Cardiologia. Le motivazioni della sentenza: «Sangiorgi asservito alle aziende»

Modena, scandalo Cardiologia. Le motivazioni della sentenza: «Sangiorgi asservito alle aziende»

I giudici: «Dietro a fini scientifici si gettavano le basi di accordi illeciti per soldi, contatti e prestigio»

CASO CARDIOLOGIA

MODENA. «Il Tribunale ha avuto la netta percezione che il fine abbia giustificato i mezzi per cui, se le cose erano fatte a fin di bene (le sperimentazioni fatte per migliorare la pratica clinica, l’efficacia di un farmaco o la funzionalità di un dispositivo medico, in definitiva per migliorare la salute dei pazienti) e ciò avveniva anche con vantaggio dell’ospedale e della casa farmaceutica, pur senza falsare o modificare i dati, allora si poteva fare tutto. In realtà, è su questo malcelato scenario di finalità di alto profilo scientifico ma prima ancora etico che si gettano le basi per ottenere ciò che si vuole a tutti i costi, con i tempi scanditi da altri soggetti – le case farmaceutiche – che non dovrebbero ingerirsi nella sperimentazione, e con l’omessa indicazione delle cointeressenze presenti all’inizio di uno studio».

UN CASO UNICO. Questo è uno dei passi cruciali della sentenza di 660 pagine depositata dal Collegio del Tribunale, presieduto dal giudice Barbara Malvasi, che motiva le condanne a 36 anni complessivi di cardiologi e dirigenti di case biomedicali a termine dell’epocale processo sulla Cardiologia del Policlinico dal 2009 al 2012 e soprattutto sulla figura del professor Massimo Sangiorgi, direttore di Emodinamica ritenuto il regista dell’associazione a delinquere per corruzione e truffa aggravata ai danni soprattutto del Policlinico e della Regione. Un’inchiesta imponente e, come spiegano i giudici all’inizio della sentenza, di grande interesse per l’unicità del tema e per la capacità di penetrare in un mondo complesso come quello della cardiologia sperimentale, la centro di profonde innovazioni tecnologiche e quindi della sperimentazione medica. Esperimenti come quelli che, secondo il tribunale, erano condotti anche in modo abusivo e per motivi di profitto attraverso accordi sotterranei tra Sangiorgi, il suo staff e le case biomedicali che lo sponsorizzavano tramite alcune onlus create apposta.

LECITO E ILLECITO. Qual’è il confine tra il lecito e l’illecito? La domanda ha percorso tutte le udienze di questo processo mastodontico per una città come Modena. La risposta dei giudici riguarda da un lato la differenza tra sperimentazioni “profit” (quindi sponsorizzate o per ottenere profitti) e “no profit” (dedicate ai pazienti). C’è poi un secondo spartiacque, scrivono: «La regolamentazione del Policlinico prevede che i compensi per gli sperimentatori vengano erogati solamente dall’ospedale, detraendoli dalle somme ricevute in forza dei contratti stipulati con le società sponsor, mentre non sono previsti contatti diretti tra le società e i ricercatori. È di tutta evidenza il carattere indebito di quanto percepito: si privatizza un rapporto con gli sponsor degli studi clinici che è regolato da norme pubblicistiche e si determina l’ingiusta sottrazione alla azienda ospedaliera di somme che per legge le spettano (ciò che sarà rilevante per la configurazione dei reati di truffa di volta in volta contestati)».

OCCULTARE E TACERE. Di questa differenza ne erano al corrente, secondo i giudici in modo provato, anche Sangiorgi e i suoi collaboratori (le posizioni, qui impossibili da riassumere, sono diverse a seconda delle prove): da un lato si procedeva ad occultare accordi e sperimentazioni e dall’altro vigeva le legge del silenzio, strumento della truffa. Sotterraneamente avvenivano i pagamenti alle onlus create apposta. Scrivono i giudici: «Le due violazioni che il Tribunale ha ritenuto decisive per determinare il carattere abusivo della sperimentazione sono quelle relativa alla creazione di onlus quale ente di comodo che si interponeva fittiziamente tra la casa farmaceutica e Sangiorgi e il conflitto di interessi di volta in volta rilevato in relazione ai concomitanti rapporti di collaborazione o consulenza – non dichiarati – dallo sperimentatore: pertanto, per le modalità con le quali si è svolto lo studio, si è compromessa incontrovertibilmente l’indipendenza del medico».

I “CONTRIBUTI”. La lunga lista dei “contributi” in denaro è riportata in dettaglio ma in più punti, caso per caso, i giudici ammettono che è impossibile arrivare a quantificare un danno definitivo per il Policlinico, anche se si tratta di somme sicuramente ingenti. Non si parla più di somme donate per sperimentazione, insomma, ma di corruzione di medici come pubblici ufficiali regolati da norme e leggi precise. Come le norme interne che il Policlinico rendeva esplicite nei documenti da firmare e Sangiorgi ha detto di non conoscere. Ignoranza di Sangiorgi che secondo i giudici risulta smentita da 12 richieste di collaborazione esterna. È in questo punto che si inserisce la truffa: «Corollario della corruzione è la truffa: gli elementi di artifizio configurati nelle reiterate false dichiarazioni del Sangiorgi costruiscono un’apparenza difforme di realtà, circa la natura “profit” della sperimentazione, da cui conseguono per errore del Policlinico una serie di atti patrimoniali pregiudizievoli».

ASSERVITI ALLE AZIENDE. Il patto corrruttivo ha poi una sua natura evidente: «Lo svilimento della funzione pubblica sanitaria si è concretizzato in un asservimento della stessa alle logiche commerciali delle case farmaceutiche». «Non si tratta, però, solo di danaro e pubblicazioni. Si è creato un effetto moltiplicatore delle occasioni corruttive poiché attraverso la gestione del pacchetto di sperimentazioni presso il Policlinico, Sangiorgi è stato perfettamente in grado di mantenere una serie di stretti rapporti con importanti società farmaceutiche, tramite le quali si genera ogni sorta di occasione sia di notorietà scientifica anche a livello internazionale per accrescere la propria fama di insigne clinico e scienziato, sia di collegamenti e rapporti affaristici con le aziende che sovente si traducono in incarichi di consulenza ben pagati». Guardando poi la vicenda dall’alto, i giudici rilevano una grave carenza di modelli organizzativi ad ogni livello che ha permesso di creare questo “patto scellerato” tra case biomedicali e sperimentatore interno all’ospedale.

 

N.d.R.: Le “case farmaceutiche” così definite nell’articolo sono aziende di dispositivi

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