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Pfizer riduce l’approvvigionamento del vaccino. Secondo “Sputnik” c’è un mistero

Riportiamo a titolo di cronaca una nota del sito “Sputnik News” dell’omonimo vaccino russo con l’avvertenza del palese conflitto di interesse che può avere un produttore di vaccini che è in concorrenza con altri produttori. Pertanto i punti di vista e le opinioni espressi nell’articolo non necessariamente coincidono con quelli di Fedaiisf


Vaccino anti-Covid. Il mistero PfizerOPINIONI

 – Di Gian Micalessin

Cosa c’è dietro il rallentamento delle consegne a Italia e Europa annunciato dalla casa farmaceutica? Dai sospetti sulla necessità di favorire un Joe Biden che promette 100 milioni d’inoculazioni nei suoi primi 100 giorni alle ombre sulla fase di approvazione emerse dopo l’incursione – hacker negli archivi dell’Agenzia Europea per il Farmaco.

E’ un giallo e si chiama Pfizer. Dietro l’annuncio di venerdì 14 gennaio con cui l’azienda produttrice informava di esser costretta a ridurre del 29 per cento le dosi di vaccino distribuite in Europa (165mila dosi in meno per l’Italia) si nasconde un mistero. Quel mistero tira in campo da una parte Joe Biden e i suoi nuovi piani anti Covid, dall’altra le rivelazioni sul vaccino Pfizer emerse dopo l’incursione di un gruppo hacker negli archivi digitali dell’Ema, l’Agenzia Europea per il Farmaco.

In entrambi i casi emergerebbe l’incapacità di Pfizer di far fronte alle promesse e l’eccessiva dipendenza dell’Europa dalla casa farmaceutica statunitense. Ma partiamo dalle due possibili spiegazioni del ritardo. La prima è legata al nuovo piano vaccinale da 20 miliardi di dollari con cui, proprio venerdì 14, Joe Biden ha promesso agli americani 100 milioni di vaccinazioni nei primi cento giorni del suo mandato. E’ chiaro che quell’accelerazione, oltre ai miliardi messi sul tavolo dal presidente entrante, potrebbero aver indotto i vertici di casa Pfizer a trascurare l’Europa per garantire un occhio di riguardo alla nuova Amministrazione.

Una seconda ipotesi, più preoccupante, attribuisce invece i ritardi alla necessità di migliorare le linee produttive per garantire una produzione industriale con gli stessi livelli di efficacia promessi in fase sperimentale. E visto che Pfizer spiega il rallentamento delle consegne proprio con la necessità di ammodernare lo stabilimento di Puurs da cui escono le dosi destinate a Stati Uniti ed Europa vien da chiedersi se le partite fin qui consegnate garantiscano l’efficacia promessa inizialmente.

Ad alimentare i dubbi contribuiscono gli sviluppi della clamorosa sottrazione di documenti dello scorso 9 dicembre quando uno, o più, hackers hanno sottratto una serie di documenti dagli archivi digitali dell’Ema. Molti di quei documenti riguardavano proprio il processo di validazione del vaccino Pfizer. Una parte del malloppo, tra cui 20 articoli e 19 mail intercorse tra i funzionari dell’Ema, è riemerso ai primi di gennaio dalle pieghe del cosiddetto “dark web” (la parte della Rete non accessibile con i normali provider) ed è stato recuperato e analizzato – tra gli altri – dai giornalisti del portale d’inchiesta “Behind the Pledge”. Mentre l’Ema sostiene che le mail potrebbero essere state manipolate prima di venir messe in rete, il gruppo di giornalisti, d’intesa con il quotidiano Le Monde, le definisce autentiche.

 

Stando alle mail alcune partite industriali del vaccino esaminate a suo tempo dall’Ema contenevano percentuali inferiori al 59% di RNA “intatto” e non sarebbero quindi all’altezza campioni esaminati durante gli studi clinici contenenti tra il 69 e l’81% di RNA. Quella discordanza tra test sperimentali e produzione industriale viene definita “critica” in una mail del 23 novembre firmata da un funzionario dell’Ema. E a rendere il tutto più preoccupante s’aggiungono i passaggi di altre mail che alludono a possibili pressioni della Commissione Europea per accelerare l’approvazione del vaccino. Pressioni probabilmente giustificate dall’emergenza del Covid, ma preoccupanti se risulterà che solo le migliorie delle linee produttive di Puurs potevano compensare quei problemi. Anche perché si è avuta notizia delle operazioni di miglioria solo dopo la comparsa dei documenti sul web. Comunque sia all’origine di tutto c’è l’insuccesso di una programmazione europea basata sugli accordi per l’ acquisto del vaccino e il finanziamento della ricerca stretti dalla Commissione Ue con sei aziende farmaceutiche (Pfizer-BioNtech, Moderna, Astra-Zeneca, Sanofi/Gsk, Curevac e Johnson & Johnson).

Nonostante quegli accordi l’Europa si è trovata a dipendere per la fase iniziale solo da Pfizer. Questa eccessiva dipendenza potrebbe aver spinto l’Ema, anche su sollecitazione della Commissione, a trascurare alcune inadeguatezze nella produzione delle prime partite di vaccino. Ma anche la scelta di puntare su un prodotto destinato a servire – oltre all’Europa – un mercato americano da 328 milioni di abitanti ha inevitabilmente creato un eccesso di dipendenza. Una dipendenza che rischia di creare serie conseguenze se la lievitazione della richiesta impressa da Joe Biden unita all’ammodernamento delle linee produttive creerà ulteriori problemi di approvvigionamento. Anche perché il rinvio dell’omologazione di Astra Zeneca, l’uscita di scena di Sanofi e i ritardi di Curevac e Johnson & Johnson rischiano di costringerci a dipendere per molti mesi ancora da Pfizer e da Moderna.

L’insieme di tutti questi questi fattori ci aiuta invece a capire perché il 6 gennaio la Cancelliera Angela Merkel ha annunciato la volontà di collaborare con Mosca per arrivare alla produzione del tanto vituperato vaccino russo “Sputnik V” negli stabilimenti europei. Consapevole non solo dell’inadeguata programmazione messa in campo dalla Commissione, ma anche dei problemi insorti in fase di approvazione del vaccino e dell’imminente lotta con gli Usa per l’accaparramento delle dosi la Cancelliera ha capito che la collaborazione con Mosca era il male minore.

I punti di vista e le opinioni espressi nell’articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Redazione Fedaiisf

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